Tra i giganti della moda a livello europeo è tra i gruppi più redditizi, ma anche tra i più liquidi. Un doppio primato quello di Moncler, l’azienda di abbigliamento sportivo che ha fatto fortuna con i suoi iconici piumini, costruito con pazienza e metodo nel tempo.
Una storia di crescita formidabile che non ha mai conosciuto, fin dalla quotazione nel dicembre del 2013, passi falsi o incidenti di percorso. Il titolo ideale per chi guarda lontano e scommette su due capisaldi. Una redditività alta e costante nel tempo e una grande solidità finanziaria.
Requisiti che Moncler ha sempre garantito. Per il secondo anno consecutivo il gruppo, guidato da Remo Ruffini (cui fa capo il 18% del capitale), ha superato 3 miliardi di euro di fatturato: 3,13 miliardi per l’esattezza. Ma più che il valore del venduto conta e molto la grande profittabilità. L’utile netto è stato di 626 milioni: di fatto ogni 100 euro fatturate ben 20 euro si trasformano in profitti netti. Un livello che nella moda non tutti possono replicare. E il dato è ancora più significativo dato che quel livello di profittabilità netta Moncler lo sta garantendo ai suoi azionisti da ormai tanti anni.
Dal dopo Covid quel risultato è sempre stato conseguito con punte fino al 23% di utili netti sul fatturato nell’annata 2022. Ma anche portando le lancette indietro nel tempo ecco che quella marginalità netta, pochi punti in più o meno, la si ritrova fin dalla quotazione avvenuta nel dicembre 2013.
il listino
La Borsa
E la Borsa non ha fatto altro che accorgersi che quella costanza di risultati era più di una garanzia. Il titolo portato al listino a 10,2 euro, a distanza di 12 anni si è rivalutato di quasi sei volte con una capitalizzazione di mercato salita a poco meno di 16 miliardi dai 2,5 miliardi dello sbarco sul mercato. Certo, negli ultimi anni il titolo ha oscillato molto, passando da un massimo storico di 67 euro, toccato almeno in quattro occasioni negli ultimi cinque anni e con minimi attorno a 40 euro, per poi trovarsi oggi a quota 58 euro.
Complice di quelle oscillazioni, all’insù e all’ingiù, il sentiment non brillante del mercato sull’intero settore del luxury europeo, che dal 2023 sta vivendo una fase di crisi con le vendite in calo. Anche Moncler ha così risentito delle preoccupazioni sul comparto, pur avendo fondamenti di bilancio decisamente più solidi e ricchi di altri.
Le vendite infatti anche per Moncler si sono attestate a tassi di crescita di fatto fermi l’anno scorso, e del 5% nel 2023, quando negli anni precedenti il passo di carica dei fatturati si segnalava a doppia cifra percentuale.
Ma la stasi sui ricavi non ha inficiato l’indubbia capacità da fare utili. Il livello di ebit margin (utili operativi su ricavi) del gruppo, che annovera oltre al marchio storico Moncler anche il brand Stone Island entrato nel perimetro consolidato nel 2021, supera tuttora il 29% sui ricavi. Un livello tra i migliori in Europa. Più alto di sei punti rispetto a un brand forte come Prada; tre volte il valore della redditività operativa del colosso Kering; ma anche superiore alla regina del settore Lvmh che si ferma poco sopra il 21 per cento.
Solo il gigante Hermès può vantare risultati ancora più elevati.
Costanza
Ma il gruppo rilevato da Ruffini nel 2003 da una situazione poco più che fallimentare, e quotato dieci anni dopo, vanta un altro atout importante per gli investitori: la grande liquidità accumulata nel tempo Oggi il gruppo siede infatti su oltre 1,45 miliardi di euro di cassa, in crescita da 1,3 miliardi del 2024.
Una potenza di fuoco che pochi hanno nel settore e che permetterà al gruppo non solo di finanziare investimenti per la crescita futura, ma anche eventualmente qualche shopping nel comparto, senza compromettere minimamente la solida struttura finanziaria. Di fatto la sola cassa vale poco meno del 10% del valore che il mercato attribuisce al titolo.
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L’acquisizione poi di Stone Island nel 2021 ha contribuito a rafforzare il fatturato. Sui 3,13 miliardi di giro d’affari totale, Stone Island contribuisce per poco più di 410 milioni di euro, tra l’altro in crescita del 4% sul 2024 e con un quarto trimestre del 2025 che ha visto il fatturato della controllata del 16% sui 12 mesi. E l’inizio del 2026 per il management promette bene con tassi di sviluppo in linea con la chiusura d’anno.
Del resto, la storia del gruppo si contraddistingue proprio per la capacità di mostrare al mercato tassi di crescita sostenuti e costanti nel tempo. A ritmi da metronomo: nel 2013 i ricavi erano di 581 milioni, a fine del 2025 si sono attestati a 3,13 miliardi, quasi sei volte il loro valore dello sbarco sul listino. Nello stesso lasso di tempo l’utile operativo è passato da 166 milioni a oltre 900 milioni. Con l’utile netto cresciuto da 76 milioni a 626 milioni a fine 2025. Come si può vedere tutti gli indicatori sono cresciuti in modo armonico e con gli utili cresciuti in termini relativi più del fatturato. Solo nel 2020, l’anno del Covid c’è stata, come per qualsiasi attività economica, una significativa battuta d’arresto.
La cassa
Per tornare alla cassa, tanta ricchezza e liquidità permette anche di distribuire generosi dividendi. Negli ultimi anni il flusso cedolare ha superato 300 milioni di euro con punte di pay out oggi a superare il 60% del monte utili con una cedola per 380 milioni.
La grande cassa consente infatti di avere una politica di dividendi più che allettante. Un altro dei motivi che hanno spinto al rialzo i valori del titolo.
Oltralpe
E non sorprende che un colosso come Lvmh controllato dal miliardario parigino Bernard Arnault abbia messo gli occhi sulle performance di Moncler. Lvmh è entrata a più riprese, dal 2024, nel capitale di Double R, la holding di Ruffini che controlla il 18% di Moncler. Oggi il colosso francese è arrivato a detenere il 22% del capitale della cassaforte di Ruffini con un’esposizione indiretta sulla quotata Moncler del 4%. Un investimento che la dice lunga sull’attrattività che Moncler esercita sugli altri big del luxury. Preludio a un’interessenza più ampia o semplice investimento finanziario da parte di Arnault? Si vedrà. Fosse solo anche un semplice investimento finanziario, il miliardario parigino ha scelto bene dove impiegare i suoi soldi.
Del resto è la storia di Moncler che parla. Quando Ruffini rilevò il marchio da Fin.Part nel lontano 2003, l’azienda fatturava intorno ai 50 milioni di euro ed era in forte difficoltà finanziaria. Produceva abbigliamento tecnico-sportivo con poco allure. L’idea del piumino ha trasformato un marchio del tessile in un’icona del lusso. E il valore si è moltiplicato come d’incanto nel tempo per enne volte. Portando Moncler sul tetto d’Europa quanto a capacità di sfornare profitti più degli altri.
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