Il nome è tornato a comparire in una colonna della Gazzetta Ufficiale, non in una cronaca giudiziaria né in un libro di storia, ma tra le convocazioni di un’assemblea societaria. Itavia. Quasi 46 anni dopo Ustica, quella parola riapre una ferita che non si è mai chiusa e pone una domanda spiazzante: com’è possibile che una compagnia aerea che non vola più, travolta da una delle più grandi tragedie della Repubblica, oggi discuta di investimenti, dividendi e modifiche statutarie?
Le due date segnate di rosso in agenda sono quelle del 17 e 24 febbraio. Quando gli azionisti di Aerolinee Itavia spa si dovranno riunire in assemblea, in prima e seconda convocazione, presso lo studio del liquidatore, a Roma, per discutere e deliberare un lungo ordine del giorno. In sede ordinaria, l’approvazione delle modalità di investimento e remunerazione della liquidità della società, con valutazione delle relative strutture; la distribuzione ai soci, a titolo di ulteriore acconto sulle distribuzioni a valere sul patrimonio netto di liquidazione. In sede straordinaria, dovranno invece approvare alcune modifiche statutarie.
L’avviso di convocazione è comparso qualche settimana fa in Gazzetta Ufficiale. Ed è saltato subito all’occhio soprattutto per il nome della società, Itavia, che evoca quello che successe il 27 giugno del 1980 quando alle 20.59 il Dc9 di linea IH870 della compagnia aerea Itavia diretto a Palermo Punta Raisi si inabissò nel mar Tirreno meridionale, dopo essere partito da Bologna. Morirono 81 persone, tra passeggeri ed equipaggio. Passerà alla storia come la “strage di Ustica” che a diversi decenni di distanza presenta ancora molti lati oscuri. Qui, però, non ci interessa tornare sulle varie ipotesi sono state formulate nel corso degli anni riguardo alla natura, alla dinamica e alle cause dell’incidente. Quanto, piuttosto, approfondire perché la società in liquidazione possa distribuire dividendi e riserve. Moneta ha, dunque, cercato di riavvolgere il nastro della storia di questa azienda sul fronte finanziario, che -vedremo – si è intrecciata con quello giudiziario.
La Cassazione
Fondata dall’imprenditore anconetano Aldo Davanzali, scomparso nel 2005, Aerolinee Itavia è tornata più volte sotto i riflettori negli ultimi anni. Nel maggio del 2018 la Cassazione – accreditando la “tesi del missile” – individua come responsabili civili del disastro i ministeri di Difesa e Trasporti, per «omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica». Con un verdetto delle Sezioni Civili Unite viene affermato il diritto di Itavia a essere risarcita per 265 milioni di euro. Poi, nel 2020, la Corte d’Appello condanna i due dicasteri a pagare 330 milioni quantificando anche il danno aggiuntivo subito dalla società e dagli eredi di Davanzali a causa dello stop della flotta aerea e della revoca della concessione successiva alla strage.
Nel maggio del 2024, però, la Gdf sequestra 130 milioni che, secondo la ricostruzione fatta al tempo dalla Procura di Milano, sarebbero stati usati da due ex amministratori della società, intanto finita in liquidazione nel 2002 con la sede spostata a Bologna dopo il trasferimento della maggioranza del capitale alla Keep Rising spa avvenuto nel 2021. Nel mirino finiscono gli ex componenti del cda di Aerolinee Itavia spa, Jacopo Di Stefano e Marco Scorzoni, e le società Keep Rising e la sua controllante Jds-Fin Holding a loro riconducibili. Secondo l’accusa, avrebbero coperto parte dei debiti che avevano contratto per diventare azionisti di maggioranza della Spa, svuotando il patrimonio della società di parte dei risarcimenti. Avrebbero cioè finanziato per 130 milioni di euro una società a loro riconducibile «per estinguere il prestito bancario utilizzato proprio per acquisire il pacchetto di maggioranza in Itavia».
Non solo: parte di quei 330 milioni di euro di risarcimento sarebbero stati usati anche per spese di lusso, come Rolex e soggiorni in resort in giro per il mondo. Versione che però i due ex amministratori subito smentiscono: «Gli investimenti intrapresi e oggetto di preliminare contestazione sono stati investiti e hanno fruttato e portato direttamente nelle casse della società oltre dieci milioni di euro per i soli rendimenti maturati».
Caso simbolo
A dicembre del 2025 la sentenza: Di Stefano e Scorzoni vengono prosciolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Il procedimento si conclude dunque riconoscendo la piena estraneità dei soggetti coinvolti. Cadono le accuse di riciclaggio, appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale. «Per me è un grande sollievo dopo due anni difficili» dichiara Di Stefano, rivolgendo anche «un pensiero commosso ai familiari della strage di Ustica, che si sono trovati, loro malgrado, a rivivere un dolore già profondo nonostante la nostra totale estraneità ai fatti».
L’ultimo bilancio disponibile di Aerolinee Itavia spa, quello del 2024, mostra un patrimonio netto di liquidazione di 11,4 milioni e un utile di 9,63 milioni, per lo più risultato della positiva conclusione del contenzioso giudiziario con Jds sul rimborso di un finanziamento da 130 milioni.
La Keep Rising risulta detenere il 73,3% di Itavia e a luglio 2025 ha emesso un prestito obbligazionario senior di 19 milioni, interamente sottoscritto da un investitore istituzionale, per estinguere un’apertura di credito concessa da Deutsche Bank. La controllante Jds Holding ha chiuso il bilancio 2024 (ultimo disponibile) con una perdita di 14 milioni.
Di certo, negli ultimi anni, Itavia è diventata un caso di studio su più livelli: per il diritto societario, come esempio di società “residuale” sopravvissuta alla propria funzione economica; per la giustizia civile e penale, come terreno di scontro tra risarcimento, responsabilità e gestione delle risorse; per la memoria collettiva, come simbolo di una tragedia che continua a produrre effetti concreti. Una compagnia aerea scomparsa dal cielo e non ancora atterrata nella storia.
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