È stato un mix letale di spese eccessive, scelte industriali discutibili e crisi del mercato del lusso globale ad aver mandato in grave sofferenza la redditività di Kering, gruppo che ha in pancia, oltre al suo ammalato grave Gucci, anche un altro brand che, nelle ultime settimane, ha annunciato ben cinquantaquattro licenziamenti tra Novara, Scandicci (Firenze) e Parabiago (Milano): Alexander McQueen. Una serie di dubbi e inquietudini circonda il piano di ristrutturazione presentato dal gigante guidato da Luca De Meo, “Recon Kering”. L’impressione che serpeggia è che il piano nasconda un impatto ben più pesante di quello che viene raccontato. E questo, purtroppo, ci riguarda tutti: l’effetto secondario di svuotare le fabbriche di figure professionali così uniche – sviluppo prodotto, addetti alle filate, al taglio e alla prototipia (per citarne solo alcuni) – è l’impoverimento professionale di territori, come quello del fiorentino, che su quelle conoscenze hanno costruito un intero tessuto sociale.
Il Recon Kering ha l’obiettivo di raddoppiare la marginalità entro il 2030: un progetto ambizioso, data l’attuale situazione del mercato. Kering ha in pancia i principali marchi del lusso globale, tra cui Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga e Alexander McQueen. Gli ultimi due, nelle voci di bilancio, sono raggruppati sotto la categoria “Other Houses”.
Il colosso francese ha perso 3 miliardi di fatturato nel periodo tra il 2022 e il 2024, registrando un -15% che ha fatto crollare le vendite da 20,3 miliardi nel 2022 a 17,2 miliardi alla fine del 2024, fino ad arrivare, stando agli ultimi risultati pubblicati a febbraio di quest’anno, a 14,6 miliardi nel 2025. La metà dei ricavi è rappresentata da Gucci, che soffre di una crisi gravissima. Secondo il bilancio 2025, la redditività operativa media di Gucci è scesa del 30% tra il 2024 e il 2025, mentre quella delle “Other Houses”, tra cui appunto Alexander McQueen, è crollata del 25%.
Il problema principale è che Kering, negli ultimi anni, si è indebitata fino al collo, aprendo punti vendita lussuosissimi in tutto il mondo. Nel 2025 l’indebitamento risulta pari a 8 miliardi di euro, una riduzione del 24% rispetto ai 10,5 miliardi dell’anno precedente. Il punto è che solo nel 2022 era pari a 2,3 miliardi, per poi esplodere a 8,5 miliardi nel 2023. Immobili esclusivi e location da sogno hanno portato a un debito arrivato a essere fuori controllo, che sarà risanato anche attraverso il taglio della forza lavoro.
Il segmento a cui fanno capo sia Alexander McQueen sia Balenciaga ha registrato una perdita operativa ricorrente di 112 milioni di euro, con un peggioramento di 103 milioni rispetto al 2024. Questo deterioramento è stato determinato dalla leva operativa negativa di Balenciaga e dalle perdite di Alexander McQueen, che ha risentito del calo delle vendite nonostante gli sforzi per razionalizzare la struttura dei costi.
Tra gli errori fatti c’è anche quello – oltre alla spesa elevata – di aver trasformato un marchio di nicchia, anticonvenzionale e poco incline alla commercializzazione di massa, in una fabbrica di sneakers, che ad un certo punto rappresentavano l’80% delle vendite. Una trasformazione che ha progressivamente eroso l’identità del brand, allontanando la clientela più fedele, rimasta ancorata all’anticonformismo impresso nella maison dal suo fondatore. E il settore delle sneakers è stato colpito da una durissima crisi che minaccia di inasprirsi nei prossimi anni. A gennaio, infatti, Bank of America ha pubblicato un rapporto nel quale sostiene che il mercato delle scarpe da ginnastica affronterà un periodo di stallo. I dati delle vendite degli ultimi tre anni illustrano infatti che l’abbigliamento sportivo, di cui le sneakers sono una grossa parte, ha subito un rallentamento: se nel 2022 le vendite erano cresciute del 13%, nel 2025 si sono assestate all’1%.
«La crisi è un elemento trasversale in tutto il mondo della moda. La Cina sta sponsorizzando i brand cinesi e sta consigliando al consumatore del lusso cinese di rivolgersi al mercato interno», è la premessa di Massimo Bollini, cordinatore del guppo sindacale nazionale interno a Gucci. La situazione di Alexander McQueen è in parte «frutto delle politiche del gruppo», rivendica Bollini, dal momento che «ha spinto molto, finanziando in maniera molto aggressiva – come aveva fatto precedentemente con altri brand – in un momento in cui il brand era ancora in fase di ascesa, con un numero così elevato di punti vendita che non era assolutamente allineato con quello che era il livello del business. Proprio per questo motivo, guardando meramente al bilancio, era fin troppo facile dichiarare che i costi di quell’azienda non erano sostenibili e non lo sono più». In questa situazione non c’è «nessuna indicazione su come l’azienda intenda preservare la parte restante dei lavoratori non coinvolta dai tagli». Una ristrutturazione dei costi che rischia di materializzarsi in una minaccia anche per altri lavoratori, che oggi guardano con sempre più angoscia alla propria stabilità reddituale.
Dal punto di vista industriale, è logico l’intento di voler ridare a Kering una supply chain governata centralmente. «In questo momento ogni brand ha degli uffici acquisti. Un gruppo così grande, se si presenta alle concerie come gruppo, ha un potere contrattuale tale da strappare condizioni migliori; se invece si presenta il singolo brand, ne ha meno. Ma allora le persone che fanno questo lavoro nei gruppi, che fine faranno?». Inoltre c’è il problema della massimizzazione della forza produttiva interna, che condurrà a una «riduzione tutti i rapporti di fornitura per accorciare le filiere». Questo, oltre a essere un problema per i distretti, è anche un problema interno. «Chi si occupa di approvvigionamento e di filiera, domani, cosa farà?».
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