L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro globale comincia a mostrare i suoi primi effetti concreti, che ricadono principalmente su coloro che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro. Secondo un report di Goldman Sachs, sebbene l’effetto complessivo sulle assunzioni rimanga contenuto, in Italia l’adozione dell’IA sta frenando le opportunità per i profili junior. Per ogni incremento del 10% nella diffusione di strumenti automatizzati in un settore, la crescita annuale dei posti per lavoratori entry-level subisce una contrazione dello 0,32%. Un fenomeno che non sta provocando un’ondata di licenziamenti di massa, ma sta svuotando lentamente il bacino di possibilità di svolgere le mansioni d’ingresso storicamente affidate ai giovani. Tendenza comune a molte economie avanzate, dove l’automazione dei compiti di routine sta riplasmando le strategie di reclutamento delle aziende.
Un’adozione a macchia di leopardo
I numeri del report restituiscono una fotografia precisa della diffusione dell’IA tra le imprese dei Paesi sviluppati, dove il tasso di adozione oscilla generalmente tra il 15% e il 20%. In testa alla classifica c’è la Francia, sopra il 22%, davanti a Stati Uniti, Paesi Bassi e Regno Unito. L’Italia si posiziona in una fascia intermedia, tra il 15% e il 17%, non lontano da Giappone e Nuova Zelanda, mentre i mercati emergenti restano più indietro, tra il 10% e il 15%.
Un dato, però, va letto con cautela: adottare l’intelligenza artificiale non significa automaticamente tagliare posti di lavoro in proporzione. Gli analisti di Goldman Sachs sottolineano anzi un disallineamento marcato tra diffusione della tecnologia ed effetti reali sull’occupazione. Gli Stati Uniti, pur non guidando la classifica dell’adozione, sono il Paese dove il calo occupazionale nei settori più esposti risulta più pesante. In Europa e nelle altre economie avanzate, al contrario, la contrazione resta decisamente più contenuta.
Dove si concentra l’impatto: IT, call center, consulenza
L’analisi dei dati ufficiali sull’occupazione mostra che gli effetti dell’IA generativa si concentrano in alcuni settori ben identificabili, dove le nuove tecnologie si sovrappongono direttamente alle mansioni operative già esistenti.
Nel comparto dei servizi di informazione e comunicazione, gli Stati Uniti registrano il calo più netto: l’occupazione in ambito IT e media è scesa di quasi il 10% rispetto ai trend pre-pandemici (2013-2019). In Europa la frenata è più graduale: Italia e Svezia mostrano lievi flessioni sotto il trend, mentre Regno Unito, Spagna, Norvegia e Francia restano ancora sopra i livelli storici, pur con una decelerazione evidente.
I call center rappresentano il caso più eclatante a livello globale, con un impatto uniforme in tutte le principali economie: l’occupazione è crollata del 39% sotto il trend negli Stati Uniti, del 33% in Canada, del 27% in Germania e di oltre il 15% nel Regno Unito.
Anche consulenza aziendale e pubblicità, settori ad alto valore aggiunto, ma fortemente basati su analisi dati e produzione di contenuti , accusano il colpo: in Germania la consulenza direzionale segna un calo del 7% rispetto al trend storico, mentre la pubblicità arriva a -25%. In Australia il comparto pubblicitario perde oltre il 20%.
I giovani, i più penalizzati ovunque
Se guardata nel suo complesso, la forza lavoro non sembra risentire in modo significativo dell’avanzata dell’IA: l’effetto sulla crescita occupazionale generale resta minimo, intorno al -0,1% annuo in Paesi come Francia, Canada e Stati Uniti, quasi nullo altrove. Un quadro molto diverso, invece, emerge se si osservano nello specifico le posizioni entry-level, dove il freno diventa sistematico e trasversale a quasi tutte le economie analizzate.
Considerando l’impatto negativo per ogni +10% di esposizione all’IA, a soffrire di più sono Australia e Francia, rispettivamente con -0,63% e -0,57%, le penalizzazioni più severe in assoluto per i nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Seguono Regno Unito e Germania, con -0,49% e -0,48%, una frenata quasi doppia rispetto a quella statunitense. Giappone, Canada e Spagna mostrano contrazioni comprese tra -0,45% e -0,34%, comunque superiori al dato italiano. Gli Stati Uniti chiudono la classifica con -0,23%: pur avendo il maggior numero di licenziamenti complessivi nel settore tech, presentano un impatto proporzionale sui giovani più contenuto rispetto alle principali economie europee.
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