Un clima di attesa aleggia su Mediobanca. Il gruppo guidato da Alessandro Melzi d’Eril aveva un destino ormai segnato, con la volontà della capogruppo Mps di revocarla dalle quotazioni per fonderla con le attività di Siena. La notizia dell’Offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Intesa Sanpaolo su Rocca Salimbeni ha però cambiato le carte in tavola e il destino della banca d’investimento più famosa d’Italia potrebbe cambiare, se non altro perché si troverebbe a integrarsi in gruppo più grande e diversificato. Dall’interno di Piazzetta Cuccia non filtra granché, troppa è la confusione sotto il cielo per non chinare la testa e concentrarsi sul business giornaliero.
Lovaglio
Lo stesso ceo di Mps, Luigi Lovaglio, mentre nel periodo antecedente all’assemblea del 15 aprile che ha portato al suo reinsediamento si segnalava per un certo interventismo sulle questioni di Mediobanca, negli ultimi mesi è stato piuttosto assente. Alcune indiscrezioni lo descrivevano impegnato in interlocuzioni con Banco Bpm per cercare la via verso una fusione tra pari con Piazza Meda. Ma è pure vero che Lovaglio si muove con una zavorra notevole: aver vinto in assemblea con una maggioranza risicata e la governance spaccata nell’ambito del consiglio d’amministrazione rende inevitabilmente più debole l’amministratore delegato. È il prezzo che sta pagando per aver preferito adottare un approccio meno collegiale con gli sconfitti: aspetto che ha vanificato in parte l’ottimo lavoro svolto dal consiglio d’amministrazione precedente fino a questo momento.
Lentezze
Tant’è che ora tutto si muove con lentezza inusuale, basti pensare che sono stati inviati solo pochi giorni fa gli incartamenti alla Banca centrale europea per integrare i due membri del consiglio d’amministrazione dimissionari da più di un mese, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi. Le carte sono necessarie affinché Francoforte possa compiere i suoi controlli “Fit and proper” sui candidati, procedure che richiedono tempi tecnici. Tempi che si sono allungati forse più del dovuto in Mps, dove da oltre un mese Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro – primi tra i non eletti – sono in attesa di andare a reintegrare le fila della minoranza in cda. Lo stesso grande azionista Francesco Gaetano Caltagirone lo scorso mese si era detto apertamente contrario a un matrimonio tra Banco Bpm e Mps, circostanza che ha inevitabilmente alimentato i sospetti di ambienti vicini alla minoranza sulla lunghezza delle procedure di reintegro del cda.
Il blitz di Messina
In questo mare di indecisioni, quindi, si è infilata come una lama muta Intesa Sanpaolo. Il ceo Carlo Messina, molto abile a tenere le carte coperte fino all’annuncio dell’offerta, ha lavorato da gennaio con l’alleato Carlo Cimbri, presidente di Unipol. Arrivando ad anticipare tutti gli altri, al punto che Banco Bpm ha frettolosamente pubblicato la proposta informale di una fusione tra pari quando negli ambienti finanziari ha cominciato a circolare con insistenza la notizia di un consiglio d’amministrazione straordinario di Intesa Sanpaolo. Ora Bpm si trova in ritardo e avrebbe intenzione di convocare un cda la prossima settimana per valutare le contromosse nel risiko. Il duo Messina-Cimbri ha però un grande vantaggio sui tempi e un’offerta difficilmente battibile, in considerazione di un premio del 12,5% e la possibilità eventualmente di ritoccare l’offerta al rialzo.
Il nome di Micillo
Tornando però al destino di Mediobanca, l’avanzata di Intesa offre comunque la prospettiva del delisting e della fusione: il documento d’offerta ha come condizione d’efficacia il completamento della fusione Mps-Mediobanca, ma se questo non accadesse allora Ca’ de Sass si troverà a dover lanciare un’Opa a cascata sul 14% del capitale di Piazzetta Cuccia che ancora non è nelle mani di Siena una volta completata la scalata.
Sia come sia, la parte dell’integrazione di Mediobanca nell’universo Intesa Sanpaolo dovrebbe essere affidata nelle mani di Mauro Micillo, collaboratore fidato di Messina e responsabile della divisione Imi&Corporate investment banking di Intesa Sanpaolo. Le sinergie in quest’ambito sarebbero notevoli: Imi è molto forte nel cosiddetto comparto Debt Capital Markets (seconda in Italia per volume d’affari) mentre Mediobanca è competitiva nel comparto delle fusioni e acquisizioni (secondo operatore nel nostro Paese).
La gestione patrimoniale
L’entità combinata creerebbe un big in entrambi i settori dell’investment banking. Le prospettive sarebbero interessanti anche per quanto riguarda la gestione patrimoniale: si metterebbero insieme le fabbriche prodotti di fondi, ma anche ben tre reti di consulenza finanziaria tra quelle di Widiba (Mps), Mediobanca Premier e Fideuram Ispb. Facendo la sommatoria dei professionisti, si tratterebbe di un esercito di quasi 10 mila banker. Non sorprende, quindi, l’obiettivo di arrivare entro il 2029 al traguardo di 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela.
Leggi anche:
Micillo: Europa in ritardo nell’intelligenza artificiale. Nodi energia e mercato unico
Con l’IA, per le banche italiane 8 miliardi di dollari in più
© Riproduzione riservata