Per molte piccole e medie imprese (pmi) il vero rischio, oggi, non è soltanto affrontare mercati più difficili, costi energetici elevati e incertezza geopolitica. C’è anche un rischio meno visibile, ma sempre più concreto: essere valutate male perché raccontate poco, o non abbastanza bene, sul fronte Esg, che ne rappresenta la capacità di avere futuro. In un contesto sempre più sfidante e dipendente dai flussi di capitale, il problema non è solo come un’impresa lavora, investe, gestisce i rischi o tutela la continuità operativa. Un punto strategico è anche se tutto questo emerge nei dati disponibili a banche, investitori e grandi controparti, perché se i dati mancano o non sono di qualità, il mercato tende a riempire quei vuoti con valutazioni automatiche e informazioni indirette che spesso non restituiscono la realtà. Il portale imprese della Fondazione Grins su piattaforma Amelia, supportato da Mef e Mase, può essere uno strumento decisivo. Non come adempimento burocratico, ma come luogo in cui l’impresa può fare disclosure delle informazioni rilevanti e costruire un rapporto più solido e più utile con il sistema bancario ed economico nel senso più ampio.
Il tema riguarda da vicino il tessuto produttivo del Paese. Le micro imprese rappresentano il 94% del totale delle aziende italiane e assorbono quasi il 40% dell’occupazione. A questo si aggiunge la struttura delle filiere italiane, fatta di subfornitura, specializzazione manifatturiera e forte presenza di imprese che non sono direttamente obbligate a rendicontare, ma vengono sempre più coinvolte dalle richieste informative di grandi clienti, catene internazionali e banche. Il punto è che il divario non è teorico: è già misurabile. In un’analisi dell’Università Ca’ Foscari Venezia su 426 imprese quotate italiane, di cui 257 grandi aziende e 163 pmi, condotta su oltre 300 indicatori Esg tra il 2021 e il 2025, è emersa una differenza marcata nella disponibilità dei dati. Le grandi imprese presentano una copertura informativa nettamente superiore rispetto alle pmi in quasi tutti i settori. E quando l’informazione è più scarsa, anche la valutazione tende a peggiorare. Solo circa il 7% delle pmi italiane pubblica dati relativi alle emissioni Scope 1, 2 e 3, mentre tra le grandi imprese la quota sale al 43%. È un divario enorme, e spiega bene perché molti modelli di valutazione finiscono per leggere male il profilo di sostenibilità delle imprese più piccole: non necessariamente perché siano meno attente, ma perché hanno meno strutture, meno risorse e meno capacità di formalizzare e rendere visibili le informazioni.
Lo stesso fenomeno si riflette nei rating. Secondo le evidenze, i rating Esg medi risultano sistematicamente inferiori per le pmi rispetto alle grandi aziende: circa 47 contro 61 per LSEG Refinitiv, 57 contro 73 per S&P Global e 29 contro 35 per Bloomberg. Anche in questo caso il messaggio è chiaro: una parte di quel divario dipende dalla qualità della disclosure. Quando alcune metriche non vengono comunicate, il punteggio tende automaticamente a comprimersi.
Negli ultimi anni i provider stanno ampliando sempre di più l’uso di informazioni online, modelli automatici e strumenti basati anche su intelligenza artificiale per costruire valutazioni Esg. Questo rende il processo più rapido, ma non sempre più preciso. Anzi, per pmi e micro imprese può accadere il contrario: se l’azienda non mette a disposizione dati propri, aggiornati e contestualizzati, il rischio è che venga descritta da stime e classificazioni generali che colgono il pericolo ma non la capacità concreta di gestirlo. In questo senso il portale imprese sulla piattaforma Amelia è uno strumento per offrire valutazioni su basi più aderenti alla realtà aziendale. Consente alle imprese di uscire dalla logica del “dato mancante” e di entrare in una logica di confronto, spiegazione e posizionamento.
La necessità è perfettamente in linea con il quadro regolamentare europeo. Le linee guida Eba sulla gestione dei rischi Esg, applicabili dall’11 gennaio 2026 dalle grandi banche ed entro gennaio 2027 da tutte le istituzioni creditizie, chiedono alle banche processi robusti per identificare, misurare, gestire e monitorare i rischi Esg. Le stesse linee guida richiamano anche l’importanza dell’engagement con le controparti per raccogliere informazioni rilevanti e includere le considerazioni di sostenibilità nelle diverse fasi della relazione con il cliente. Il portale imprese è quindi uno strumento utile non solo per le aziende, ma anche per il sistema Paese. Riduce l’asimmetria informativa, migliora la qualità della conoscenza del cliente e rende più credibili e più comparabili le informazioni su cui si fondano le decisioni di credito e di investimento.
«Il portale imprese ha la missione di offrire a imprese e banche uno strumento di dialogo trasparente, finalizzato ad accrescere la conoscenza di tutte le dimensioni della sostenibilità e della capacità di futuro dell’impresa, utile a favorire decisioni di investimento più consapevoli e produttive, con benefici per tutte le parti coinvolte e per il sistema Paese. – precisa la professoressa Monica Billio, Università Ca’ Foscari Venezia e Fondazione Grins – È un dato di fatto che tutte le imprese italiane hanno comunque già valutazioni (score massivi) da parte di grandi società anche straniere. Le pmi non ne sono nella stragrande maggioranza consapevoli e ne risulta un quadro negativo del tessuto economico italiano. Per questo abbiamo bisogno di azioni mirate».
Per le pmi il messaggio è semplice: oggi la sostenibilità non è solo una questione reputazionale, ma una componente crescente del modo in cui il mercato legge il rischio, il merito creditizio e la capacità di futuro e attrarre investimenti. Restare invisibili, o comunicare troppo poco, può costare caro e mettere a rischio la stessa esistenza. Il portale imprese vuole aiutare a evitare proprio questo: trasformare la disclosure in uno strumento di conoscenza, e la conoscenza in una valutazione più corretta.
In un sistema economico in cui le piccole imprese restano l’ossatura del Paese, il punto non è produrre più carta. È fare in modo che le pmi non vengano penalizzate per ciò che non hanno ancora raccontato, ma valutate per ciò che realmente sono.
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