Dalla legge italiana sullo Spazio alla competizione con Stati Uniti e Cina, fino alla prossima ministeriale dell’Agenzia spaziale europea. Antonio Blandini, ordinario di Diritto dell’innovazione all’Università Federico II di Napoli e già presidente del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, analizza le prospettive della space economy italiana.
A circa un anno dall’approvazione della legge sullo Spazio, quale bilancio possiamo tracciare?
«La legge ha introdotto delle certezze e consente agli operatori di muoversi all’interno di binari ben delineati. Il punto è che non sono stati ancora emanati i decreti attuativi, chiamati a definire aspetti come i requisiti tecnici, le soglie di rischio e la graduazione dei massimali assicurativi».
Quale ruolo può giocare l’Italia?
«L’Italia dispone non solo di grandi imprese, penso a Leonardo e Avio, ma anche di un tessuto di pmi che funziona molto bene. Abbiamo quindi le capacità per giocare un ruolo di primo piano. In termini dimensionali, siamo molto lontani da Stati Uniti, Cina, India e Russia. Ci confrontiamo con mercati giganteschi e per questo l’Italia deve fare squadra con gli altri Paesi Ue. Soprattutto perché oggi l’accesso europeo allo Spazio è ancora in larga misura mediato dagli Stati Uniti. È una questione sulla quale l’Agenzia Spaziale Italiana sta lavorando».
L’Ue può costruire una capacità autonoma di accesso allo spazio?
«Esistono numerosi progetti, alcuni di dimensioni più contenute, ma comunque efficaci, altri legati ai grandi sistemi di lancio. Abbiamo Vega e Ariane. Ma il lavoro essenziale riguarda i lanciatori riutilizzabili. SpaceX, grazie a questa tecnologia, ottiene economie enormi. È su questo terreno che si gioca una parte fondamentale della competitività europea»
Ma per l’Italia e per l’Ue conquistare un accesso autonomo allo Spazio significa affrancarsi dagli Stati Uniti?
«Gli Stati Uniti rappresentano un partner importantissimo, direi essenziale, per l’Italia e per l’Europa. Si tratta quindi di attività che devono necessariamente essere svolte anche in maniera congiunta. Questo però non significa rinunciare a una nostra capacità: l’Europa deve poter accedere allo Spazio con mezzi propri e disporre di una propria rete di satelliti».
In gioco ci sono difesa e sovranità tecnologica e industrale.
«Esattamente, proprio per questo è in discussione lo European Space Act, una regolamentazione Ue dello Spazio che ha implicazioni che non sono esclusivamente economiche, ma investono anche questi ambiti».
Quali risorse saranno necessarie?
«Il governo ha stanziato risorse importanti. A novembre ci sarà la ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea, nella quale saranno discussi i programmi di finanziamento».
Sulla difesa si arranca, la collaborazione industriale europea funziona davvero?
«La collaborazione esiste ed è significativa. Ho concluso lo scorso anno la mia esperienza alla presidenza del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali e, durante quel periodo, sono stato anche presidente dell’associazione europea degli enti di ricerca del settore. La cooperazione era molto ben avviata, soprattutto sul fronte della ricerca, che è strettamente collegata all’industria. Restano alcune questioni aperte, prima fra tutte quella del ritorno geografico: l’Esa garantisce che il valore dei contratti industriali assegnati alle aziende di ciascun Stato membro sia proporzionale al contributo finanziario che quello stesso Stato versa al bilancio dell’agenzia».
Questo meccanismo rischia di frenare la competitività europea?
«Penalizza l’Italia, perché il nostro Paese dispone di capacità industriali e risorse tali da poter svolgere non solo le commesse legate al suo ritorno geografico, ma anche molte altre».
Il commissario europeo per lo Spazio e la Difesa dovrebbe quindi svolgere un ruolo di coordinamento più forte?
«Certamente. Deve cercare di creare una situazione armonica, anche su questo fronte».
Quali dovrebbero essere le priorità della prossima ministeriale Esa?
«Tre temi: lanciatori riutilizzabili, satelliti e volo umano. Quest’ultimo è un ambito in parte distinto dalle altre attività spaziali, per il quale in Italia le competenze fanno capo all’Asi. Sono tre settori importanti dal punto di vista di ricerca, industria e difesa».
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