Dalla concezione originaria del Green Deal, lo scenario energetico globale è radicalmente mutato: le recenti crisi internazionali hanno dimostrato come la dipendenza da tecnologie, materie prime e capacità produttive esterne possa generare impatti sistemici e rischi significativi per la sicurezza energetica europea. È questo il presupposto dello studio strategico “Sustainable biofuels as a strategic lever for industrial competitiveness, energy security and decarbonization”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Eni, presentato al Forum di Cernobbio, che individua nei biocarburanti da materie prime rinnovabili – come l’Hvo (Hydrogenated Vegetable Oil) e il Saf (Sustainable Aviation Fuel) – una soluzione immediatamente fruibile per diversificare gli approvvigionamenti, abbattere le emissioni di gas serra lungo l’intera filiera e preservare il patrimonio industriale e le competenze chiave dei Paesi europei.
La neutralità tecnologica rappresenta una guida fondamentale per la sicurezza energetica dell’Europa, ma richiede un forte impegno istituzionale per essere tradotta in realtà. Gli obiettivi del Green Deal inizialmente prefissati per il 2030 non saranno raggiunti prima del 2040.
Per questo motivo, è essenziale promuovere un dibattito informato a livello europeo. Nel 2026, l’impatto della crisi dello stretto di Hormuz è costato ben 36 miliardi di euro, a cui si aggiungono tra i 30 e i 60 miliardi nel settore automotive, 45-60 miliardi nella tecnologia e tra i 12 e i 20 miliardi sui materiali critici.
“I biocarburanti rappresentano una soluzione immediatamente disponibile per ridurre le emissioni del settore dei trasporti lungo l’intera filiera poiché sono ampiamente disponibili, possono essere distribuiti con le attuali infrastrutture e sono utilizzabili in gran parte delle motorizzazioni diesel oggi in circolazione” spiega Stefano Ballista, ceo di Enilive.”I biocarburanti ci sono e i mezzi che li possono utilizzare ci sono, sono in circolazione. Li portiamo ai clienti con le infrastrutture attuali”.
“L’impatto in termini di riduzione delle emissioni ambientali: riduzione lungo il ciclo di vita dei biocarburanti dell’80 per cento, con la possibilità di arrivare al 90. In linea con le migliori pratiche di riduzione. Il ruolo dei biocarburanti è quello di supportare l’evoluzione di altri vettori energetici, come l’elettrico. La dimensione strutturale è quella di estendersi a settori dove la decarbonizzazione è complessa, come il trasporto aereo o navale”.
Integrazione delle filiere
Un terzo elemento chiave è l’integrazione con altre filiere, come quella agricola, attraverso l’utilizzo di terreni degradati per produrre oli vegetali destinati alla mobilità. Questa dinamica genera valore sul piano della sostenibilità sia economica sia sociale. Questo potenziale va però sviluppato con alcune misure adeguate: ad oggi i biocarburanti non sono riconosciuti nell’Ue. Pur avendo una capacità di accelerare la decarbonizzazione estremamente elevata, occorrono interventi che facciano incontrare domanda e offerta. Gli asset per sviluppare la supply chain sono fondamentali: abbiamo le tecnologie e i mezzi per produrre tali carburanti, ma serve una prospettiva condivisa. “I biocarburanti hanno la grande valenza di utilizzare quello che esiste, hanno una loro sostenibilità che va oltre decisioni di traiettoria e di sviluppo, l’elemento sottostante è riconoscere il loro contributo secondo la loro capacità di decarbonizzare e di avere effetti di sostenibilità sociale ed economica”.
“Lo studio riguarda il settore dei trasporti in generale, sia trasporto su strada leggero e pesante sia il trasporto marittimo e aereo. I biocarburanti contribuiscono in tiutti questi ambiti, nel contesto in cui altre soluzioni si sviluppano”. A questi si aggiunge la prospettiva strutturale al settore marittimo e al settore dell’aviazione: “Già oggi potremmo utilizzare il 50 per cento del combustibile per l’aviazione in biocarburanti”.
Si stima che gli investimenti privati nel settore in Europa possano generare fino a 66 miliardi di euro di Pil , sostenendo oltre 33 mila posti di lavoro. Un risultato ancora più importante se confrontato con i circa 49 miliardi di euro di risorse pubbliche destinati alla mobilità elettrica tra il 2016 e il 2030, di cui – data la struttura delle catene del valore – la Cina rischia di essere tra i principali beneficiari.
Le nuove filiere agricole per la produzione dei biocarburanti possono essere sinergiche alla produzione di cibo. Oltre a rifiuti e a materie prime di scarto (come oli esausti da cucina, grassi animali e residui dell’industria agroalimentare), le bioraffinerie possono lavorare oli vegetali ottenuti da colture intermedie in rotazione con le produzioni alimentari e coltivazioni su terreni degradati. A livello globale, si tratta di un potenziale pari a circa cinque volte il fabbisogno europeo, senza sottrarre terreni alla produzione di cibo. Queste filiere per un approvvigionamento diversificato delle bioraffinerie possono generare impatti positivi anche oltre i confini europei.
Nei primi anni del prossimo decennio, i progetti promossi da Eni principalmente nel continente africano potranno coinvolgere oltre un milione di agricoltori, recuperando terreni oggi fortemente degradati, e quindi improduttivi, e facendo crescere insieme produzione di agri-feedstock per biocarburanti e produzioni alimentari, oltre a rendere disponibili mangimi per gli allevamenti locali.
“Alla base del grande sforzo di sviluppo di nuove attività di produzione in affrica c’è approccio strutturato che garantisce modalitò di produzione: si utilizzano o colture di rotazione o terreni adibiti a nessun altra attività prima. procedure di certificazione che assicurano che la catena sia sempre sostenibile”.
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