Lo spread Btp-Bund intorno agli 80 punti base non è soltanto un dato da mettere in bacheca. Un premio per il rischio più contenuto significa condizioni più favorevoli quando il Tesoro va sul mercato per finanziare il debito pubblico. Un jolly non da poco nell’attuale scenario internazionale che vede i principali paesi avanzati alle prese con spesa per interessi crescente e che vincola non poco le scelte di bilancio. I governi dei paesi dell’area Ocse hanno fronteggiato un onere da 2.000 miliardi di dollari nel solo 2025 per rifinanziare il loro debito e quest’anno il salasso sarà ancora maggiore alla luce dell’aumento dei rendimenti. E qui la marcata riduzione dello spread tra Italia e Francia ha un peso specifico non indifferente. Il premio per il rischio richiesto dagli investitori per acquistare Btp si è ridotto notevolmente e ad oggi Roma ha una minore rischiosità percepita rispetto, ad esempio, alla Francia che annaspa tra instabilità politica e un deficit ben superiore alle soglie richieste da Bruxelles per uscire dalla procedura d’infrazione. Percorso diametralmente opposto a quello dell’Italia che in questi anni si è rifatta il look mostrandosi agli investitori virtuosa nella gestione dei conti pubblici e con una spiccata stabilità politica.
Dividendo finanziario
In gioco non ci sono soltanto decimali nei rendimenti, ma miliardi di euro di interessi risparmiati nel tempo rispetto a quelli che si pagherebbero adesso se lo spread fosse ai livelli di quattro anni fa quando si insediava il governo Meloni. È il dividendo finanziario di una maggiore fiducia dei mercati, che può tradursi anche in minori costi di finanziamento per banche e imprese e, quindi, in condizioni più favorevoli per l’economia reale. Rispetto ai circa 250 punti base dell’autunno 2022 il differenziale si è ridotto di oltre due terzi. Una compressione che, trasferendosi progressivamente sulle nuove emissioni, può avere un valore economico significativo per i conti pubblici. Considerando che ad oggi l’Italia sostiene spese per interessi passivi sul debito nell’ordine di circa 85 miliardi di euro, da una stima elaborata per Moneta dal CESDE (Centro studi per l’analisi delle dinamiche economiche) dell’Università degli Studi Niccolò Cusano emerge che in caso di peggioramento del sentiment sull’Italia e allargamento dello spread di 100 punti base rispetto ai livelli attuali – pari a un rendimento richiesto dal mercato dell’1% maggiore – la spesa per interessi lieviterebbe a circa 110 miliardi. Un aggravio teorico di quasi 25 miliardi l’anno su tutto lo stock di debito. Nel concreto, visto che non tutto il debito scade nell’arco di 12 mesi, ma la durata media sfiora i sette anni, un aumento del costo del debito di 100 punti base si tradurrebbe nel concreto in circa 3,5 miliardi nel primo anno ed a crescere in quelli successivi. L’effetto sulle casse dello Stato è quindi progressivo, man mano che il Tesoro rifinanzia i titoli che arrivano a scadenza (quest’anno il Mef è chiamato a rifinanziare circa 370 miliardi tra titoli a breve scadenza e quelli a medio-lungo periodo). I minori costi rispetto ad avere uno spread più alto non sono una cambiale incassata né un risparmio immediato da 25 miliardi, ma un beneficio che si accumula nel tempo. Fermo restando che lo spread misura il differenziale di rendimento rispetto al Bund e non determina da solo la spesa per interessi dello Stato, che invece dipende dal rendimento medio pagato sull’intero stock di debito, dalla sua durata e dal ritmo con cui i titoli vengono rifinanziati.
Stabilità
La riduzione dello spread avvenuta in questi anni ha un doppio effetto. Da una parte alleggerisce il costo con cui il Tesoro si presenta sul mercato; dall’altra rappresenta un indicatore della percezione del rischio Italia da parte degli investitori. Un differenziale più contenuto significa che il mercato chiede un premio minore per detenere Btp rispetto ai Bund tedeschi. Coem detto, la relazione tra spread e costo del debito non è automatica. «Uno spread Btp-Bund più alto di 100 punti base non significano necessariamente l’1% in più sul costo medio del debito italiano», osserva Gabriele Serafini, professore associato di Storia del pensiero economico e responsabile scientifico del CESDE, area economia dinamica e comportamentale. «La causa di un incremento dei tassi può essere data dal cosiddetto rischio Paese, oppure da una battaglia della Bce contro l’inflazione, con differenze specifiche anche nella crescita del Pil cui sarebbe collegata», argomenta Serafini.
In pratica, se il differenziale aumenta perché salgono i rendimenti italiani per un aumento della percezione del rischio Paese, l’effetto sul costo di finanziamento è relativamente diretto. Se invece lo spread si allarga principalmente perché scende il rendimento del Bund, l’impatto sui conti italiani è inferiore. Infine, come nel caso attuale, quando i rendimenti di Btp e Bund salgono contemporaneamente con lo spread sostanzialmente stabile, il costo del debito va comunque ad aumentare. Ma anche in tale contesto bisogna valutare il vantaggio implicito di una maggiore credibilità agli occhi degli investitori internazionali in quanto nel recente passato in momenti di stress geopolitico lo spread si era allargato ben oltre la soglia dei 100 punti base, mentre quest’anno anche nelle fasi più difficili legate alle tensioni in Medio Oriente si è mantenuto a livelli più contenuti limitando di fatto l’impatto in termini di maggiori costi di rifinanziamento del debito. Il risultato resta rilevante. Una riduzione strutturale del premio per il rischio consente allo Stato di emettere nuovo debito a condizioni migliori. In un Paese con un debito superiore ai 3.000 miliardi, anche pochi decimi di punto percentuale si traducono nel tempo in miliardi di euro da destinare a misure da destinare ad altre voci di bilancio.
© Riproduzione riservata