L’escalation in Medio Oriente sta diventando un test di resilienza per l’architettura finanziaria del Golfo. Secondo Global Swf, i fondi sovrani di Abu Dhabi potrebbero rallentare o riorientare gli investimenti globali qualora l’interruzione dei traffici energetici si prolungasse. L’ipotesi non è la più probabile – gli analisti stimano solo il 25% di possibilità di una chiusura prolungata di Hormuz – ma rappresenta uno scenario sufficiente a spingere i gestori a predisporre piani di emergenza. Negli ultimi giorni, secondo fonti di mercato e funzionari regionali, alcuni governi del Golfo hanno avviato revisioni delle strategie dei loro fondi sovrani per valutare possibili aggiustamenti negli investimenti globali e negli impegni finanziari se il conflitto dovesse durare ancora a lungo.
Escalation
In caso di escalation militare e attacchi alle infrastrutture energetiche, il capitale dei fondi emiratini potrebbe essere riallocato verso settori strategici per la resilienza economica nazionale. L’orientamento dipenderebbe dal mandato di ciascun veicolo finanziario. L’Abu Dhabi Investment Authority (Adia) punterebbe a rafforzare i cosiddetti “settori di resilienza” dell’economia dell’emirato. Mubadala, impegnata nella diversificazione economica, potrebbe concentrare risorse su tecnologie, infrastrutture e catene di approvvigionamento strategiche. Imad Holding – che ha assorbito gli asset del fondo Adq – potrebbe spostare il focus verso logistica, sicurezza e infrastrutture critiche. Un simile orientamento sarebbe comunque atipico. Tradizionalmente i fondi sovrani del Golfo non svolgono funzioni di stabilizzazione macroeconomica. Strutture come Adia sono progettate per resistere alla volatilità dei mercati, non per reagire con vendite o riallocazioni rapide di capitale. In caso di shock finanziari, spiegano gli analisti, il fondo tende piuttosto a riequilibrare gradualmente il portafoglio senza liquidare posizioni strategiche.
Gli analisti ritengono più probabile un’interruzione temporanea dei traffici attraverso Hormuz, con una probabilità stimata attorno al 40%. In questo caso l’effetto principale sarebbe l’impennata dei prezzi di petrolio e gas, con ricadute positive sui bilanci dei produttori del Golfo. Uno scenario che potrebbe rafforzare la capacità di investimento dei fondi sovrani: Adia aumenterebbe l’esposizione ai mercati pubblici liquidi, mentre Mubadala continuerebbe a puntare su tecnologia, infrastrutture e transizione energetica. Imad Holding incrementerebbe invece gli investimenti in logistica, sicurezza alimentare ed energia. Tuttavia, diversi analisti segnalano che nel breve periodo i grandi fondi della regione potrebbero adottare un approccio più prudente, rallentando il ritmo dei nuovi investimenti internazionali finché non sarà più chiaro l’impatto del conflitto.
Volatilità energetica
La volatilità energetica influenza anche la strategia dell’Arabia Saudita. Il Public Investment Fund (Pif), pilastro finanziario della trasformazione economica voluta dal principe ereditario Mohammed bin Salman, tende a oscillare in base alle entrate petrolifere. In caso di crisi regionale il fondo potrebbe rafforzare la disciplina del capitale, riorganizzando alcuni megaprogetti domestici e rallentando parte delle spese. Parallelamente, prezzi elevati del greggio e i dividendi di Aramco continuerebbero a fornire liquidità per investimenti selettivi in tecnologia e infrastrutture globali. Secondo indiscrezioni di mercato, il Pif starebbe già cercando nuovi investitori per sostenere i suoi progetti, mentre pianifica una riduzione della spesa in conto capitale del 15%. L’obiettivo è concentrare le risorse su un numero più ristretto di partecipazioni e trasformarle in campioni globali in settori come produzione avanzata, intelligenza artificiale e aviazione. Restano prioritari anche i progetti legati ai grandi eventi internazionali, dall’Expo 2030 di Riyadh ai Mondiali di calcio 2034.
Posizione finanziaria robusta
Nonostante le tensioni geopolitiche, gli Emirati Arabi Uniti partono da una posizione finanziaria robusta. S&P Global Ratings ha confermato il rating sovrano AA/A-1+ con outlook stabile, pur riducendo le stime di crescita al 2,2% per quest’anno rispetto al 5,3% del 2025. Il settore petrolifero resta comunque un pilastro di stabilità: la produzione dovrebbe raggiungere in media 3,3 milioni di barili al giorno fino al 2027. Abu Dhabi dispone inoltre dell’oleodotto Habshan-Fujairah, che consente di bypassare lo Stretto di Hormuz e trasportare circa metà delle esportazioni di petrolio direttamente nel Golfo dell’Oman. La volatilità geopolitica potrebbe però incidere sulla percezione del Golfo come “porto sicuro” finanziario. Secondo Bloomberg Intelligence e Fitch Solutions, il sistema bancario del Consiglio di cooperazione del Golfo potrebbe affrontare deflussi compresi tra 111 e 260 miliardi di dollari. Gli Emirati sono particolarmente esposti per la loro struttura demografica: gli espatriati rappresentano circa l’85-88% della popolazione e costituiscono una componente chiave della liquidità bancaria. Il sistema resta comunque ben capitalizzato. Gli Emirati dispongono di un surplus di liquidità di circa 87 miliardi di dollari, sufficiente a coprire circa il 30% dei possibili prelievi al dettaglio in tre mesi. Tra gli istituti più solidi figurano Emirates Nbd e Abu Dhabi Islamic Bank.
Tensioni regionali
Le tensioni regionali iniziano però a riflettersi anche sul settore immobiliare, uno dei motori della crescita emiratina. Secondo Fitch Ratings, gli sviluppatori potrebbero adottare un approccio più prudente, privilegiando il flusso di cassa rispetto all’espansione dei progetti. Dubai dipende fortemente dalla domanda estera: circa il 60% degli acquirenti immobiliari proviene dall’estero. Un eventuale calo di fiducia potrebbe quindi rallentare il mercato. Alcuni segnali sono già visibili: le visite agli immobili sono diminuite e diversi investitori stanno valutando il trasferimento dei capitali verso altri hub finanziari asiatici, come Singapore o Hong Kong. Alcuni family office con base a Dubai hanno già chiesto informazioni su possibili trasferimenti di asset.
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