C’è una notizia che merita più attenzione di quella che finora ha ricevuto. Non perché riguardi una banca, ma perché riguarda un’idea di Paese. L’iniziativa presentata da Banca Generali e Intermonte a Piazza Affari per convogliare una parte del risparmio privato verso le piccole e medie imprese quotate non è semplicemente il lancio di un nuovo strumento finanziario.
Battezzato come PMI2Change, il nome sembra uscito più da un’agenzia di branding che da un consiglio di amministrazione. L’idea è però molto più semplice del nome. È il tentativo, attraverso un Etf dedicato, di affrontare uno dei grandi paradossi dell’economia italiana: un Paese che possiede una delle maggiori ricchezze finanziarie private del mondo e, nello stesso tempo, un sistema di piccole e medie imprese che continua a soffrire di una cronica carenza di capitale.
La diagnosi
Da almeno vent’anni convegni, studi, economisti e operatori di mercato ripetono la stessa diagnosi. Le nostre Pmi sono spesso eccellenze industriali, leader nell’export e nell’innovazione, ma restano sottocapitalizzate, dipendono ancora in larga misura dal credito bancario e faticano a trovare nel mercato dei capitali quella linfa necessaria per crescere, investire e competere. Se un operatore privato decide oggi di costruire un ponte tra il risparmio delle famiglie e il capitale delle imprese, non sta soltanto facendo il proprio mestiere: sta cercando di colmare un vuoto che la politica continua a lasciare aperto.
Il Tesoro
Qui si apre il vero tema. Il Tesoro guidato da Giancarlo Giorgetti sta dimostrando una notevole capacità di mobilitare il risparmio allo scopo di sostenere il debito pubblico. Ed è giusto così: la solidità dei conti dello Stato è d’interesse nazionale e il contributo dei risparmiatori italiani rappresenta un elemento di stabilità fondamentale. Ma possiamo davvero immaginare che una ricchezza finanziaria privata di dimensioni straordinarie (le famiglie italiane detengono quasi 6.500 miliardi di attività liquide o liquidabili) continui ad avere come principale destinazione il finanziamento del debito e non anche quello dello sviluppo? Basterebbe che il 2 o il 3% di quel patrimonio fosse incanalato verso il capitale delle 400-500 pmi già investibili – attraverso strumenti semplici, trasparenti e fiscalmente incentivati – per dare una prima robusta spinta alla crescita. Perché finanziare il debito significa garantire la sostenibilità del presente; finanziare le imprese significa costruire il futuro. Più capitale alle aziende significa più innovazione, più investimenti, maggiore produttività, più occupazione qualificata e, in ultima analisi, più crescita del Pil. È una relazione economica tanto lineare quanto troppo spesso dimenticata.
I Pir
Negli ultimi anni qualche passo è stato compiuto. I Piani Individuali di Risparmio (Pir) hanno dimostrato che gli incentivi fiscali possono orientare le scelte degli investitori e favorire l’economia reale. Ma la loro storia è stata segnata da continui cambi di rotta, modifiche normative, ripensamenti e incertezze che hanno finito per indebolirne l’efficacia. È una delle fragilità ricorrenti del nostro Paese: annunciare riforme, cambiarle poco dopo e sorprendersi se i capitali preferiscono attendere. I mercati, invece, chiedono stabilità, prevedibilità e orizzonti di lungo periodo. È proprio qui che il governo dovrebbe raccogliere il segnale lanciato da Piazza Affari. Non servono nuovi sussidi né interventi assistenziali. Servono regole semplici, durature e una fiscalità che renda realmente conveniente investire nel capitale delle imprese italiane, rafforzando la liquidità delle società quotate, favorendo nuove quotazioni e sviluppando finalmente un mercato dei capitali capace di affiancare il credito bancario.
Finanza privata pronta
L’iniziativa di Banca Generali dimostra che la finanza privata è pronta a fare la propria parte. Tocca ora alla politica dimostrare di essere all’altezza della sfida. Per troppo tempo il sostegno alle piccole e medie imprese è rimasto confinato nei discorsi ufficiali e nelle dichiarazioni d’intenti, senza tradursi in una strategia organica capace di mobilitare il grande patrimonio di risparmio accumulato dalle famiglie italiane. Occorre soltanto creare le condizioni perché una parte di quella ricchezza venga indirizzata verso chi produce, investe, esporta e crea occupazione.
Risparmio e debito pubblico
In fondo la questione è tutta qui. L’Italia non ha bisogno di inventare nuova ricchezza: deve imparare a utilizzare meglio quella che già possiede. Se il risparmio resta confinato nella sola funzione di finanziare il debito pubblico, garantisce certamente stabilità, ma rinuncia a essere motore di sviluppo. Se invece una quota crescente viene trasformata in capitale produttivo, diventa innovazione, competitività, occupazione e crescita. È questo il circolo virtuoso che il nostro mercato dei capitali insegue da anni e che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di costruire davvero. Sarebbe un errore lasciare che anche questa occasione passi sotto silenzio. Quando è il mercato a indicare la strada, la politica dovrebbe avere almeno il buon senso di seguirla.
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