Maestri di guadagni facili, di grandi risparmi, di investimenti destinati a fare il botto. Sì, ma con le orecchie d’asino. Diventare ricchi, per alcuni «finfluencer», gli influencer specializzati in temi finanziari, è questione di qualche click. Il guadagno è sicuro, per loro certamente.
Non servono corpose eredità, o master in prestigiose università, per passare in un amen dal compilare un foglio excel con le spese di famiglia alla totale assenza di preoccupazioni. A sentire loro, si può diventare un genio della finanza con un corso di tre puntate su YouTube (naturalmente a pagamento) o comunque seguendo le loro pillole di saggezza su Tik Tok.
«Conosco un metodo infallibile per diventare ricco», è uno dei tanti slogan di uno dei più famosi, Big Luca, alias di Luca De Stefani. «Imprenditore, formatore, stratega», si legge sul suo profilo Instagram: tre parole per dire che il modello di professionista a cui ci si deve ispirare naturalmente è lui, un vincente per definizione. Indica obiettivi che si possono raggiungere solo da veri duri – in una delle pagine a cui si accede dal suo link in bio si legge: «Non cerchiamo sognatori, cerchiamo Mastini pronti a tutto» – e vende corsi per diventare milionari. Funzionerà? Gli ingredienti con cui compone le sue ricette in ogni caso non appaiono così genuini.
Lo ha pizzicato l’Antitrust, per esempio, a mettere in atto due «pratiche commerciali scorrette», e infliggendogli una multa da 60 mila euro. Nella sua attività sui social avrebbe promosso «enfaticamente, nei canali sopra indicati, guadagni facili, ricorrenti, sicuri», ricorrendo anche a endorsement «non immediatamente verificabili», omettendo anche «di inserire indicazioni circa la natura promozionale dei contenuti». Avrebbe poi millantato una popolarità falsa, con finti follower e testimonianze solo positive non verificabili.
Pure a Michele Leka, anche lui influencer specializzato in consigli per risultati economici facili, l’Autorità ha contestato una pratica commerciale scorretta, imponendo una multa di 5.000 euro per le sue foto e i suoi video su TikTok. Per altri quattro i procedimenti dell’Autorità si sono conclusi con impegni, senza multe.
Si tratta di casi eclatanti, ovvio, ma ad affidarsi agli influencer finanziari proprio per orientarsi nelle scelte di investimento, secondo il Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane di Consob (2024), sarebbe il 58% dei giovani tra i 18 e i 34 anni.
Secondo lo studio, si tratta di una percentuale superiore rispetto alla media generale, che interessa in particolare soggetti con un basso livello di educazione finanziaria. Il dato diventa ancora più allarmante se incrociato con quelli emersi da un’indagine recente effettuata dalla Commissione Europea, con le autorità nazionali per la tutela dei consumatori di 22 Stati membri, Norvegia e Islanda. Lo studio, da poco pubblicato, ha rilevato che quasi tutti gli influencer analizzati (97%) pubblicavano contenuti commerciali, ma solo uno su cinque indicava sistematicamente come i contenuti fossero pubblicitari.
Se fin qui abbiamo parlato essenzialmente di trasparenza e correttezza, e di pulpiti da cui si elevano più peccatori che beati, c’è anche il fattore «ignoranza» o pseudo-tale.
Tra i creatori digitali più giovani, ci sono anche quelli che dimenticano di compilare la dichiarazione dei redditi, nonostante – e questa è la parte più sbalorditiva – ricevano pagamenti digitali tracciabilissimi. Ci sono anche quelli che sbandierano su un video pubblicato sui social che hanno guadagnato decine di migliaia di euro, ma risultano nullatenenti. «Si tratta di un mercato globale, e ci sono soggetti esteri che hanno clienti in Italia, ma tendenzialmente la ricchezza emerge sempre», le parole di Stefano Commentucci, generale della Guardia di Finanza di Trieste che ha condotto un’operazione che ha smascherato quattro influencer che complessivamente non avevano dichiarato 244 mila euro di introiti al Fisco, in media 61 mila euro a testa.
Tutti erano attivi su OnlyFans, la piattaforma che offre anche contenuti di intrattenimento per adulti, che appunto fa pagamenti digitali ai suoi creator e che nel 2024 ha generato 1,4 miliardi di dollari, con gli utenti che hanno speso 7,2 miliardi di dollari.
Ma non si è trattato di un caso isolato. Tra i più eclatanti: due influencer di Lodi avevano omesso di dichiarare al fisco 250 mila euro in quattro anni e a Pisa due creator hanno nascosto al Fisco 800 mila euro di imposte. La Guardia di Finanza agisce in un’«ottica di prevenzione». In questi casi, spiega Commentucci, tendenzialmente i militari fanno «un’analisi del rischio», anche perché per effettuare le verifiche si deve andare nel domicilio da cui in effetti l’influencer svolge la sua attività, in quanto sede di lavoro, e l’accesso è possibile solo dopo «autorizzazione dell’autorità giudiziaria» e quindi a seguito di una attività ispettiva. Secondo il generale, l’ignoranza è un fattore relativo.

«È vero che alcuni di loro hanno un’età molto bassa, ma ormai non serve per forza avere un amico commercialista, basta una semplice ricerca su Google per capire che quello che si è ricevuto è un reddito lordo, quindi sottoposto a tassazione». Per Commentucci c’è invece piuttosto un tentativo di mascherare i guadagni, nella speranza che nessuno li vada a scomodare dalla comfort zone di casa. «Ricordiamo poi che per la tassazione sopra i 40 mila euro l’aliquota è in progressione, ci può essere anche la speranza di non restare nell’ombra, visto che si tratta di una attività semi-nascosta, con una sede di lavoro casalinga».
Nel caso dell’intrattenimento per adulti, c’è poi un altro tema, quello della tassa etica, che alcuni influencer chiedono di abolire. Introdotta nel 2006, è un’addizionale del 25% sulle imposte sui redditi degli imprenditori e dei lavoratori autonomi che operano nel campo della pornografia. Da più parti, c’è chi chiede di abolirla, sottolineando che non sempre questi influencer diventano ricchi. Per il sito Money.it, si va dai 400 euro netti al mese per chi fa 50 abbonamenti a 10 euro al mese, ai 44 mila euro netti al mese peri creator più attivi, che arrivano a conquistare 2.000 abbonati a 25 euro al mese l’uno.
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