Da qualche mese il consulente finanziario ha trovato un nuovo collega. Non chiede aumenti, non pretende bonus, non sciopera e lavora ventiquattr’ore al giorno. Si chiama intelligenza artificiale. È veloce, diligente, sempre disponibile. Soprattutto, possiede la qualità più apprezzata nella società contemporanea: offre risposte immediate. Nel test che pubblichiamo in questo numero di Moneta mettendo a confronto ChatGPT, Gemini, Claude e Copilot (a firma di Titta Ferraro), abbiamo verificato ciò che ormai molti professionisti sperimentano quotidianamente. Le macchine sono capaci di produrre analisi credibili, suggerimenti articolati e ragionamenti spesso convincenti. Talvolta sbagliano, talvolta semplificano, talvolta si avventurano in conclusioni discutibili. Ma sarebbe un errore concentrarsi soltanto sugli errori. Il vero fatto nuovo è che l’intelligenza artificiale è già sufficientemente efficace da indurre molti a sospendere il senso critico. Ed è proprio quando una tecnologia comincia a sembrare affidabile che occorre guardarla con maggiore attenzione.
Da anni sentiamo ripetere che l’ultima parola dovrà restare all’uomo. È una formula rassicurante, ma non basta. Perché il problema non è chi pronuncia l’ultima parola. Il problema è sapere se quella parola nasce da una riflessione autonoma oppure dalla semplice approvazione di ciò che una macchina ha già deciso. È una differenza enorme. Non dobbiamo temere un futuro in cui l’algoritmo sostituisce il consulente. Dobbiamo temere un futuro in cui il consulente rinuncia progressivamente a esercitare il proprio giudizio, perché trova più comodo affidarsi all’algoritmo. Ogni rivoluzione tecnologica promette di eliminare una fatica. Questa rischia di eliminare la più importante: la fatica di pensare. E quando una professione smette di pensare, smette anche di generare valore.
La storia della finanza dovrebbe insegnarci prudenza. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a una lunga successione di strumenti, modelli e teorie che promettevano di rendere il rischio finalmente misurabile e controllabile. Le formule matematiche della finanza quantitativa, i modelli statistici di valutazione, gli algoritmi di trading, la cartolarizzazione spinta dei mutui: ogni stagione ha avuto i propri sacerdoti e le proprie certezze. Poi è arrivato il 2008. E il mondo ha scoperto che i modelli erano sofisticati, ma la realtà era più sofisticata dei modelli. Non fu una crisi provocata dall’assenza di intelligenza. Fu una crisi provocata da un eccesso di fiducia nell’intelligenza applicata ai numeri. Oggi il rischio è diverso ma presenta una sorprendente somiglianza. Ancora una volta ci troviamo di fronte a strumenti straordinari. Ancora una volta qualcuno è tentato di considerarli una soluzione definitiva. Ancora una volta la prudenza rischia di essere scambiata per conservatorismo.
Nel frattempo la consulenza finanziaria sta cambiando pelle. Per decenni il professionista ha detenuto un vantaggio competitivo fondato sull’accesso privilegiato alle informazioni. Oggi quel vantaggio si riduce rapidamente. Il cliente arriva all’incontro dopo avere consultato chatbot, report, piattaforme e simulatori. Ha più informazioni di qualsiasi generazione precedente. Ma avere più informazioni non significa comprendere meglio la realtà. Anzi, spesso significa essere più esposti alla confusione, vista la carenza di educazione finanziaria che distingue il nostro Paese. È qui che emerge il vero valore del consulente. Non nella capacità di accumulare dati, ma nella capacità di interpretarli. Non nella velocità della risposta, ma nella qualità della domanda. Non nella previsione impossibile del futuro, ma nella costruzione di scelte coerenti con la vita reale delle persone. La finanza, infatti, non è una scienza esatta. È il luogo in cui i numeri incontrano le emozioni. E le emozioni continuano a sfuggire anche ai migliori algoritmi.
La “macchina” è in grado di pianificare, fare calcoli, proiezioni, ma un consulente ascolta, comprende, elabora e percepisce emozioni: è così che si conquista la fiducia. Per questo la sfida dell’intelligenza artificiale non è tecnologica. È culturale e professionale. I consulenti che avranno un futuro non saranno quelli che rifiutano l’innovazione, perché la tecnologia va utilizzata fino in fondo. Ma non saranno nemmeno quelli che la trasformano in una nuova religione. Saranno coloro che conserveranno la capacità di dubitare. In finanza il dubbio non è una debolezza. È una forma superiore di competenza. L’intelligenza artificiale renderà più economica l’informazione e più prezioso il giudizio. Renderà più facile ottenere risposte e più difficile formulare domande intelligenti. Ecco perché il consulente del futuro non sarà quello che userà meno intelligenza artificiale. Sarà quello che saprà riconoscere il momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e comincia a diventare una tentazione. La tentazione di credere che qualcuno, o qualcosa, possa liberarci dalla responsabilità di decidere. È una tentazione antica quanto i mercati. E non è mai finita bene.
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