La Tunisia spinge sull’acceleratore e si prepara a diventare il secondo produttore mondiale di olio d’oliva, alle spalle della sola Spagna. Una prospettiva che suona come un campanello d’allarme per l’Italia e per l’intero comparto olivicolo nazionale, messo sotto pressione da una politica europea che, secondo Coldiretti, rischia di trasformarsi nell’ennesimo autogol contro le produzioni di qualità.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, la stagione 2025-26 tunisina si annuncia tra le più forti degli ultimi anni, con stime di raccolto comprese tra 380 e 400mila tonnellate e proiezioni di settore che arrivano fino a 500mila. Numeri che, se confermati, segnerebbero il sorpasso sull’Italia, in una fase in cui il Sud Europa sconta andamenti produttivi più incerti. A rendere ancora più appetibile l’offerta tunisina è il livello dei prezzi internazionali dell’olio, che hanno toccato picchi intorno ai 10mila dollari a tonnellata.
Vantaggi strutturali
Tunisi può contare su un vantaggio strutturale: una superficie olivicola stimata in circa 2 milioni di ettari, con 107 milioni di alberi. Una “massa critica” che consente al Paese nordafricano di beneficiare rapidamente delle annate di carica del ciclo alternante dell’olivo. Ma il vero nodo, per il mondo agricolo italiano, è politico. Il ministro degli Esteri tunisino, Mohamed Ali Nafti, ha annunciato l’avvio di negoziati con l’Unione europea per rafforzare il quadro giuridico bilaterale e portare a 100mila tonnellate annue il contingente di esportazione di olio d’oliva tunisino agevolato. Parallelamente, sono in corso contatti con gli Stati Uniti per rivedere i dazi.
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«Raddoppiare le importazioni a dazio zero di olio tunisino sarebbe l’ennesima scelta suicida di un’Unione Europea che ha evidentemente deciso di cancellare le proprie produzioni agricole distintive e di qualità, a partire dall’olio d’oliva», tuonano Coldiretti e Unaprol. I numeri danno sostanza alla protesta: nei primi nove mesi del 2025 gli arrivi di prodotto tunisino in Italia sono già aumentati del 38%. Un’ondata che, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea, ha contribuito a far crollare i prezzi dell’extravergine italiano di oltre il 20%.
«L’olio tunisino viene venduto oggi sotto i 4 euro al litro – denunciano le due organizzazioni – esercitando una pressione al ribasso che punta a costringere gli olivicoltori italiani a svendere il proprio prodotto al di sotto dei costi di produzione». Uno scenario che rischia di mettere fuori gioco migliaia di aziende, soprattutto nelle aree interne e collinari dove l’olivicoltura non è solo economia, ma presidio del territorio e identità.
Standard e reciprocità
«Che la produzione tunisina fosse in costante e sostanzioso aumento non è una novità», osserva Tommaso Loiodice, presidente di Unaprol (Unione nazionale associazioni produttori olivicoli). «Ciò che preoccupa davvero è che il mondo produttivo non giochi ad armi pari con il sistema tunisino», aggiunge. Per Coldiretti la linea è chiara: senza reciprocità su regole, controlli e standard, aprire ulteriormente il mercato significa condannare l’olio italiano e premiare una concorrenza che nulla ha a che vedere con la tutela della qualità e del reddito agricolo europeo.
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