L’America accende i riflettori sugli astri nascenti del tech tricolore. Non più tardi di una settimana Berkshire Hathaway, la più grande cassaforte d’investimenti di Wall Street, ha fatto un doppio blitz nel capitale di Bending Spoons stanziando complessivamente 930 milioni di dollari per fare suo il 4% del capitale della tech company milanese, da quest’estate quotata al Nasdaq. E non è un caso isolato.
Della stessa entità, anche se ha destato meno clamore, è l’investimento del fondo Vector Line Capital Fund II in Technoprobe, una delle società italiane che maggiormente sta beneficiando del boom dell’intelligenza artificiale con le sue probe card che vengono utilizzate per testare il corretto funzionamento dei semiconduttori. Il fondo statunitense basato nel Wyoming si è mosso in due step: a maggio è ha rilevato quasi il 3% della società di Cernusco Lombardone direttamente dalla famiglia azionista per 535-545 milioni di euro; a settembre sono stati stanziati dal fondo Usa altri 390 milioni per un ulteriore 2% sempre venduto da T-Plus, la holding della famiglia Crippa che detiene il controllo della società.
Lo scambio azionario è avvenuto il 17 settembre contestualmente alla sottoscrizione di un patto parasociale tra Vector e T-Plus sul 55,43% del capitale che, fra le clausole, contiene indizi su un possibile scenario futuro per la società lombarda quotata a Piazza Affari che si è guadagnata un mese fa l’accesso tra le quaranta società del FtseMib e oggi capitalizza oltre 17 miliardi di euro: quello del dual listing.
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Nelle comunicazioni ufficiali Vector Line viene definito come un veicolo di investimento indipendente finanziato da un partner industriale strategico di Technoprobe, ovvero un suo importante cliente (e tra questi ci sono tutti i big, da Nvidia agli hyperscaler). Il fondo ha puntato quasi un miliardo di dollari per garantirsi le forniture attuali e future di test per i microchip, impegnandosi a sua volta a rifornirsi solo dal gruppo italiano. L’intesa ha portato anche all’ingresso nel cda di Technoprobe di Geoffrey Duff Baldwin, fondatore e ceo di Vector Line.
Ma tra i punti del patto di sindacato, Moneta ha scoperto che Vector Line si è assicurato il diritto di partecipare, a condizioni equivalenti a quelle di T-Plus, a eventuali offerte secondarie di azioni Technoprobe in caso di dual listing. Per la prima volta il gruppo italiano mette nero su bianco la possibilità di potersi quotare anche in una borsa internazionale, con tutti gli indizi che portano a Wall Street.
Quella del dual listing, secondo quanto risulta a Moneta, sarebbe comunque un’ipotesi valutabile solo nel medio periodo, essendo in questa fase Technoprobe impegnata nello sviluppo dei nuovi impianti da 350 milioni, tutti autofinanziati, e nella produzione. Insomma, non ci sono piani immediati di aprirsi ad altri mercati.
Ma quello dei chip per la AI è un settore che corre velocissimo. E non c’è dubbio che sia Wall Street il mercato privilegiato per questo tipo di realtà, perché lì – spiegano fonti a conoscenza del dossier – si possono trovare non solo abbondanti capitali ma soprattutto investitori competenti anche dal punto di vista tecnologico e rapidità di esecuzione di un investimento. Fra i vari elementi che spingono verso questo scenario, c’è anche il fatto che Technoprobe abbia già al 10% un altro socio americano, l’importante player Teradyne.
Già oggi Technoprobe, fondata nel 1996 ma le cui origini risalgono al 1993 quando Giuseppe Crippa e il figlio Cristiano avviarono l’attività nella casa di famiglia a Merate, presenta multipli da fare invidia a tante protagoniste del Nasdaq, con il price earning ratio che si posiziona in area 80 nonostante il profondo ritracciamento in Borsa rispetto ai massimi toccati a giugno quando il valore in Borsa era arrivato a sfiorare i 25 miliardi.
Il principale motore per Technoprobe è la domanda di semiconduttori legata all’AI e le quindi le esigenze di collaudo dei semiconduttori avanzati che «sono destinate ad aumentare nel prossimo futuro, sia per la crescita dei volumi sia per il progresso tecnologico», sottolineano gli analisti di Banca Akros. La casa d’affari prevede che l’espansione produttiva in corso negli stabilimenti di Cernusco Lombardone si concluda entro il primo trimestre del 2027, portando la capacità a un ritmo annualizzato potenziale di 1,6 miliardi e ulteriori investimenti appaiono inevitabili nel prossimo biennio per ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Secondo quanto risulta a Moneta, la società sta lavorando a un nuovo piano che potrebbe essere presentato tra novembre e marzo 2027.
La società guidata da Stefano Felici sta calamitando anche le attenzioni delle grandi case d’affari a stelle e strisce. Bank of America ritiene che Technoprobe abbia tutte le carte in regola per mantenere una posizione di leadership nella fornitura di schede probe per Gpu di Nvidia grazie al suo vantaggio tecnologico. In generale gli analisti valutano il titolo 41,15 euro (consensus Bloomberg), ossia il 52% sopra i livelli di chiusura del 20 ottobre (26 euro). C’è chi va oltre, come Deutsche Bank, e indica un prezzo obiettivo a 50 euro sulle attese di una crescita dei ricavi nell’ordine del 47% medio annuo tra il 2025 e il 2028.
Il guru e i cucchiai
Se Technoprobe intercetta i capitali statunitensi grazie al suo ruolo strategico nei test dei semiconduttori per l’AI, Bending Spoons sta conquistando gli investitori d’Oltreoceano con una ricetta che ricorda da vicino quella dei fondi di private equity. La tech company milanese, quotata al Nasdaq da luglio, ha raccolto 954 milioni di dollari in sede di Ipo e costruito un portafoglio che comprende nomi noti come AOL, Vimeo, Eventbrite ed Evernote, tutte piattaforme con una base utenti consolidata, ma con margini di miglioramento nella gestione e nella redditività. Una strategia che ha attirato l’attenzione di Berkshire Hathaway, il cui investimento in Bending Spoons ha fatto lievitare il titolo del 41% in una sola seduta, portando la capitalizzazione a 38 miliardi di dollari e collocando virtualmente l’unicorno dei “Cucchiai piegati” nella top ten delle maggiori società quotate italiane, davanti a nomi storici come Leonardo e Mediobanca.
La fiducia accordata dal colosso di Warren Buffett è doppiamente significativa visto che l’oracolo di Omaha è una delle fonti d’ispirazione di Luca Ferrari, co-founder e ceo di Bending Spoons, che lo scorso anno aveva confidato a Moneta di apprezzare «la pazienza e il controllo emotivo» sempre mostrati da Buffett.
Ma a bussare a Wall Street per trovare nuove risorse è stata anche la startup Newcleo, che ha incassato 247 milioni di dollari di proventi lordi attraverso la Spac NewHold Investment Corp III. La società fondata da Stefano Buono è impegnata nello sviluppo di mini-reattori nucleari di quarta generazione e ha bisogno di ingenti capitali per finanziare la propria crescita tecnologica e industriale.
Per ora la scommessa è vinta solo a metà: dalla quotazione, la valutazione di mercato è velocemente scesa da 2,4 a 1,35 miliardi di dollari. Il titolo resta per ora ben al di sotto del livello di 10,65 dollari previsti dal forward purchase agreement sottoscritto con Tech Opportunities che, se raggiunto alle condizioni previste dall’accordo, consentirebbe di raccogliere ulteriori 75 milioni di dollari. Capitali che Buono ha ritenuto di non riuscire a trovare altrettanto agevolmente in Europa.
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