Con la scusa della previdenza complementare le Pmi italiane perderanno già quest’anno poco meno di 2 miliardi di risorse per il loro autofinanziamento. Ma ancora non sanno come. La certezza è contenuta nella Legge di Bilancio 2026, che nella mini-riforma della previdenza complementare – per spingere i lavoratori incerti nelle braccia dei fondi pensione – interviene in modo significativo nella gestione del Tfr, il Trattamento di fine rapporto (la liquidazione), che vale circa una mensilità all’anno, accantonata in vista della cessazione del rapporto di lavoro. Saranno sempre di meno le imprese cui sarà concesso di trattenere in azienda la riserva finanziaria dei dipendenti che non aderiscono alle forme di previdenza complementare.
Per i lavoratori non cambia nulla, almeno per il Tfr, hanno sempre due opzioni: destinare la loro liquidazione al fondo pensione, o lasciarla in azienda. Lasciare il Tfr in azienda voleva e vuole dire offrire al proprio datore di lavoro una risorsa finanziaria preziosa, in un momento in cui il credito bancario, specie per cifre modeste, si è fatto difficile oltre che oneroso. Fino a quindici giorni fa, al 31 dicembre dello scorso anno, solo i datori di lavoro che a far data dal 2007 (o dal primo anno della loro attività) avevano almeno 50 dipendenti erano tenuti a versare questo gruzzolo al Fondo di Tesoreria. Gli altri si evitavano di andare in banca per aprire linee di credito.
La Manovra 2026 ha ampliato l’ambito applicativo dell’obbligo: dal 1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2027 devono versare le somme del Tfr maturando al conto di Tesoreria dell’Inps tutte le imprese che raggiungano la soglia di 60 addetti in qualunque momento della loro vita, sulla base della media annua dell’anno precedente. La nuova norma elimina il blocco temporale che permetteva alle aziende già esistenti nel 2007 di non versare il Tfr all’Inps anche in caso di massicce assunzioni negli anni successivi. Dal 2028 al 2031 la soglia tornerà a 50 dipendenti, sempre calcolati come media annua; dal 2032 le maglie si stringeranno ulteriormente, scendendo a 40 addetti.
All’Inps tocca chiarire le modalità di applicazione della nuova norma, per una platea di imprese di 28mila Pmi complessive, indicano dall’Istituto, lamentando le forche caudine in cui si trovano: modificare i processi di riscossione per una legge che è vigente dal primo gennaio, ma che è nota solo dal 30 dicembre. L’unica cosa certa è la relazione tecnica, che prevede un flusso aggiuntivo di risorse sul conto di Tesoreria di circa 2 miliardi all’anno; da +1,8 miliardi per il 2026, fino a un +2,4 miliardi nel 2033. Nel 2024 le Pmi italiane avevano potuto contare su 17,5 miliardi di Tfr per il loro autofinanziamento, quest’anno non arriveranno a 16 miliardi. D’altro canto, il Fondo di Tesoreria dell’Inps quest’anno potrà assicurare al Mef un flusso di quasi nove miliardi di euro. Di «spesa improduttiva» ci tiene a precisare chi vede nella scelta adottata con la Legge di Bilancio un vantaggio solo per la spesa corrente.
Panico
Prima ancora di considerare opportuno o meno il provvedimento, in questi primi giorni di gennaio nelle Pmi che stanno sulla soglia occupazionale dei 50-60 dipendenti è scoppiato il panico, trasmesso ai propri consulenti del lavoro. Per anni il Tfr accantonato in azienda ha rappresentato una fonte di liquidità a basso costo, utilizzata dalle imprese per autofinanziarsi, senza dover ricorrere a linee di credito con tassi tra il 6 e l’8%. La perdita di questa risorsa, comunicata a ridosso della fine del 2025, costringe molti datori di lavoro a rivedere i propri piani finanziari in tempi brevissimi. E d’altro canto senza sapere ancora come procedere all’adempimento dei nuovi versamenti all’Inps.
Infatti, non c’è ancora la circolare esplicativa, che all’Istituto giurano di stare predisponendo – per sottoporla ai Ministeri vigilanti – nelle more di un tempo strettissimo di applicazione. «La norma è stata approvata il 30 dicembre alle 4 di mattina ed entra immediatamente in vigore perché, come sempre, il legislatore pensa che il seguito sia istantaneo» sbottano negli uffici della Direzione generale dell’Inps. «La bozza di circolare è pronta e la stiamo trasmettendo al ministero, evidenziando il carattere di urgenza. Sarà una bozza solo di carattere normativo, per consentire alle aziende di avere i codici di autorizzazione necessari per operare il riversamento già nelle scadenze correnti. Gli adeguamenti procedurali sottesi per il calcolo e le verifiche avranno necessariamente tempi più lunghi dettati dall’informatica».
Comunque, ci tengono a far sapere dall’Inps, «faremo in modo che le aziende possano versare da subito correttamente, con i codici giusti. Successivamente controlleremo la correttezza del calcolo. A ogni modo, la norma non va a impattare sulla scadenza dal 16 gennaio perché l’obbligo decorre dal periodo di paga del mese di gennaio, il cui flusso si trasmette a febbraio». Insomma, c’è un mese di tempo, anche se c’è da mettere nel conto una serie di successivi conguagli e rettifiche sui flussi dei primi tempi.
È opportuno rammentare che questa operazione, giustificata dalla volontà di far decollare la previdenza complementare, continua a voler “disporre” di una risorsa, il Tfr, che è propria dei lavoratori. Dal 2007 al 2024, nella libertà dei dipendenti interessati, meno di un quarto del Tfr generato dal sistema produttivo è stato canalizzato verso i fondi pensione: 105 miliardi su un totale di 445 miliardi.
Il beneficio delle Pmi è stato evidente, almeno fino alla fine dello scorso anno, visto che hanno potuto contare su 234 miliardi di autofinanziamento; come altrettanto evidente è il vantaggio per l’Inps e indirettamente per i conti pubblici (105 miliardi in 17 anni). Peccato che si finisca per sottrarre risorse al mercato delle imprese, per riversarle solo in favore della copertura di una spesa pubblica, senza vincoli e senza progetti.
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