L’83,6% dei lavoratori dipendenti spera in un’azienda un po’ “mamma” che si impegni per il proprio benessere complessivo. Addirittura, per l’87,4% dei dipendenti italiani il benessere fisico, mentale e sociale, vale a dire il wellbeing aziendale, è considerato imprescindibile sul lavoro. Ben il 71,3% dei dipendenti dichiara che, se dovesse scegliere un nuovo posto di lavoro, opterebbe per un’azienda anche in virtù del suo welfare aziendale. Prima ancora dell’aspetto retributivo, anche perché l’84,1% dei lavoratori ritiene che poter beneficiare di servizi di welfare aziendale migliora motivazione e produttività. Il salario ne consegue.
Questa visione aspirazionale fotografata qualche mese fa dall’ultimo rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale si scontra un po’ con i benefit preferiti: in testa a tutto e a tutti ci sono i buoni pasto (59,5% delle preferenze), poi i buoni benzina (29,4%: e magari di questi tempi la percentuale sarebbe anche aumentata), seguono i buoni acquisto (26,1%). E si torna con i piedi per terra. Solo al 16,4% delle preferenze si collocano i “buoni” legati all’acquisto di particolari servizi come, ad esempio, gli abbonamenti o i voucher per attività sportive (palestra, corsi di nuoto…), ma nello stesso calderone ci sono anche quelli per attività culturali e ricreative (dagli ingressi in teatro ai corsi di cucina).
Insomma, il “welfare culturale” non è in cima alle preoccupazioni dei lavoratori italiani, anche se si fa sempre più forte il convincimento che arte e cultura contribuiscano in modo sempre più decisivo a quel benessere psico-fisico che in fondo è il desiderio primario di chi sceglie un’azienda come il proprio posto di lavoro.
La storia sul tema del welfare culturale rimanda ad Adriano Olivetti e alla sua idea che la cultura (umanistica in particolare) dovesse ritagliarsi uno spazio anche nei contesti aziendali e produttivi: celebre la biblioteca messa a disposizione dei lavoratori, l’organizzazione di concerti musicali, di dibattiti fra gli intellettuali più in vista in quell’epoca e il vasto numero di umanisti impiegati come dirigenti della sua Olivetti.
Fin dalle sue nobili origini il welfare aziendale era intriso di welfare culturale, come benessere non limitato alle necessità materiali ma elevato verso la totalità dell’esperienza umana. Coltivare la curiosità e l’intelligenza dei collaboratori per rendere “pensate” e non casuali tutte le forme di organizzazione in fabbrica.
Un primo report condotto lo scorso anno, e reso noto nello scorso mese di luglio, a cura del Cultural Welfare Center (con il sostegno tra gli altri delle Fondazione Compagnia di San Paolo) ha individuato circa 1.300 soggetti attivi nel campo del welfare culturale; di questi, 918 hanno partecipato all’indagine. Tra le organizzazioni rispondenti, 617 praticano già attività di prescrizione sociale culturale, mentre 301 operano nel welfare culturale senza utilizzare ancora formalmente il modello della prescrizione sociale, pur dichiarando nella quasi totalità dei casi l’intenzione di attivarlo in futuro.
La ricerca evidenzia come il settore sia composto da una pluralità di attori: istituzioni culturali pubbliche e private, enti del Terzo Settore, strutture sanitarie e socio-sanitarie, cooperative sociali, biblioteche, musei, professionisti e professioniste della cultura e della salute. Ciò che accomuna queste esperienze è l’utilizzo dell’arte e della partecipazione culturale come leva per il benessere, la qualità della vita e l’inclusione sociale. Il 97% delle persone dichiara di completare i programmi artistico-culturali prescritti e il 75% sostiene di aver registrato un netto miglioramento del proprio benessere psicofisico.
Il problema è che queste pratiche sono rimaste finora isolate, come provvide sperimentazioni prive di un quadro istituzionale che le riconosca, le finanzi e le moltiplichi, così che anche il mondo delle aziende possa attingere servizi utili per i propri dipendenti.
Oggi un po’ a fatica si sta provando a rimettere al centro dei processi di welfare proprio il “welfare culturale”. Innanzitutto, con dichiarazioni di intenti progettuali. La scorsa primavera il ministero della Cultura e il ministero della Salute hanno firmato un protocollo d’intesa per integrare cultura e salute nelle politiche pubbliche italiane. Si potrebbe cogliere un’analogia per quanto è accaduto, dopo il Covid, sul fronte del benessere psicologico. Da legittimo (e forse un po’ trascurato) obiettivo di salute pubblica a strumento di sostegno per i lavoratori in azienda, in vista di un benessere complessivo.
L’accordo sul welfare culturale non nasce dal nulla. In Italia esistono già esperienze concrete di integrazione tra cultura e cura anche a livello squisitamente sanitario: museoterapia, arteterapia, musicoterapia, presenza dell’arte nei percorsi di degenza. Come il progetto Art4ART realizzato in collaborazione con il Maxxi di Roma presso il Gemelli per integrare percorsi di salute con approfondimenti artistici.
Con il protocollo di intesa tra i due ministeri si vorrebbe costruire un network riconoscibile a cui attingere, oggi composto da molti soggetti – dal progetto Sciroppo di Teatro promosso da At-Et Fondazione (Emilia Romagna Teatro) al Cfm Centro Civico di Formazione Musicale di Torino, dalla Fondazione Antoniano (quella dello Zecchino d’Oro) al Centro Oms per la Cultura e la Salute dell’Università degli Studi di Verona in collaborazione con Palazzo Maffei Casa Museo (Verona), che promuove studi e attività dedicate al ruolo della cultura nel ben-essere individuale e collettivo e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Un sistema che il protocollo interministeriale conta di organizzare e sistematizzare: sono previsti studi scientifici e attività sperimentali per misurare l’efficacia delle pratiche culturali sui percorsi formativi rivolti sia al personale sanitario che a quello dei luoghi della cultura, e iniziative pubbliche di sensibilizzazione.
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