AAA cercasi umano. I robot hanno bisogno del tuo corpo. È questo il messaggio del sito Rentahuman.ai (tradotto: Affitta un umano.ai), dove gli agenti di intelligenza artificiale noleggiano persone per svolgere compiti nel mondo reale. Non come assistenti, non come supervisori. Come mera manodopera a chiamata.
I numeri raccontano un interesse crescente per questa piattaforma lanciata soltanto due settimane fa: oltre 500mila persone nel mondo si sono già registrate per essere “affittate” e il numero cresce a vista d’occhio. In tutto il mondo, anche in Italia dove si contano già decine di iscritti. Le attività richieste, per ora, sono piuttosto semplici: ritirare o consegnare pacchi, presentarsi a un evento per confermare una presenza, verificare l’esistenza di un negozio a un certo indirizzo, effettuare sopralluoghi immobiliari, installare hardware in uffici, scattare foto o girare video per certificare luoghi e segnaletica. Tutto ciò che un’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non può fare perché non ha un corpo. Ed è proprio qui il punto. In molte aziende gli algoritmi orchestrano flussi di lavoro con supervisione minima. Di certo, non manca loro la capacità di calcolo o di analisi. Manca l’incarnazione. Rentahuman.ai, fondata dall’ingegnere informatico ed esperto di cripto, Alexander Liteplo, insieme a Patricia Tani, nasce per colmare questa lacuna: trasformare la presenza umana in un servizio on demand.
Il meccanismo è semplice: si crea un profilo, si indica cosa si è disposti a fare e a quale tariffa oraria, poi si resta in attesa che un agente IA selezioni il candidato in base a posizione, disponibilità e competenze. Arrivano istruzioni dettagliate, si esegue il compito, si carica una prova e si viene pagati. Anche in criptovalute, in particolare Ethereum, Solana e la stablecoin Usdc ancorata al dollaro. Un’opzione che solleva evidenti segnali d’allarme, soprattutto per una piattaforma che chiede alle persone di svolgere compiti reali per agenti di intelligenza artificiale anonimi, senza alcun processo di verifica significativo.
In un momento in cui si teme che molte mansioni e lavori saranno sostituiti dalle intelligenze artificiali, questa novità può far credere a prima vista che si stia creando un nuovo mercato del lavoro, mettendo in contatto domanda e offerta in tempo reale, superando barriere geografiche e organizzative. Ma in realtà nasconde questioni cruciali: sta creando davvero lavoro? E a quali condizioni? Alcune imprese che già sperimentano agenti IA potrebbero essere ora incentivate a rimuovere il personale locale. In pratica, un’azienda internazionale potrebbe verificare e gestire asset in decine di città senza avere team presenti sul posto o far spostare un proprio dipendente da un luogo a un altro.
Non solo. In questo modello l’essere umano diventa un attuatore, piuttosto che un decisore. Un’estensione materiale di un algoritmo. La distinzione è sottile ma importante. «Quando un agente IA noleggia un essere umano per svolgere compiti fisici, il rischio è che la persona venga ridotta a un’estensione del sistema, a una risorsa intercambiabile, senza tutele, senza diritti chiari, senza riconoscimento sociale. – avverte Giuseppe Italiano, prorettore all’intelligenza artificiale e competenze digitali all’università Luiss – Se il compenso avviene in criptovalute e fuori dai tradizionali canali regolati, il tema della protezione del lavoratore diventa ancora più delicato».
È anche vero che trattare le persone come ingranaggi intercambiabili sta già avvenendo: il software assegna compiti ai lavoratori del magazzino, gli algoritmi approvano o negano le spese. Quindi perché non rendere tutto più diretto? «Qui c’è un salto ulteriore: non è più solo un’azienda che coordina i suoi lavoratori tramite una tecnologia, ma è una tecnologia che può diventare un committente operativo. Questo sposta l’asse del potere decisionale e rende più opaca la catena di responsabilità. In una Repubblica fondata sul lavoro, come la nostra, l’innovazione non può ridurre il lavoro a una prestazione frammentata e anonima. Deve invece aumentare competenze, qualità e tutele. La notizia di questa piattaforma va quindi letta con lucidità: è un segnale di ciò che potrebbe arrivare. Non è il futuro inevitabile, ma uno dei possibili futuri», risponde Italiano.
Le criticità sono tutt’altro che teoriche. «Alle nuove opportunità di reddito, si contrappongono le criticità: nessun contratto scritto tutelante, nessun datore di lavoro facilmente identificabile, nessuna copertura assicurativa o tutele previdenziali – sottolinea Ugo Di Stefano, senior partner dello studio legale Lexellent – Se un’IA ordina un task illecito (frodi, violazione di proprietà o ritiro di pacchi sospetti), l’esecutore umano ne risponde. Senza una supervisione umana rigorosa sulla piattaforma, il lavoratore resta privo di scudo giuridico».
Il nodo, però, non è solo legale. È culturale, sociale ed etico. «Non riguarda solo il lavoro, ma l’equilibrio stesso della società. – continua Italiano – Se piattaforme in cui agenti di IA coordinano esseri umani dovessero diffondersi, potremmo assistere ad alcune trasformazioni profonde. Innanzitutto una nuova gerarchia invisibile. Ma c’è anche il rischio di una polarizzazione sociale». Da un lato chi possiede e controlla le infrastrutture di intelligenza artificiale; dall’altro chi esegue compiti coordinati da esse. Se non governato, questo modello rischia di ampliare le disuguaglianze e concentrare ancora di più potere economico e decisionale in poche mani.
Per alcuni, piattaforme come Rentahuman.ai rappresentano un’opportunità in un mercato del lavoro incerto. Un incarico chiaro, un pagamento rapido, nessuna retorica aziendale, nessuna carriera da inseguire. Per altri è una prospettiva disumanizzante: essere selezionati da un algoritmo e inviati a chiamata contraddice l’idea stessa di lavoro come spazio di crescita, identità, riconoscimento. Una cosa è certa, costringe a una domanda: cosa significa essere umani in un mondo in cui l’intelligenza artificiale non solo pensa, ma comincia anche a comandare? Forse, alfabetizzazione diffusa, formazione continua, nuove regole su responsabilità e subordinazione diventano difese essenziali per il futuro che è già qui.
«Dobbiamo smettere di pensare all’AI come a una tecnologia lontana o solo per specialisti. Queste tecnologie sono già nella vita quotidiana, nei servizi, nelle imprese. Serve un’alfabetizzazione diffusa: capire cosa è l’IA, cosa fa, cosa non fa, e soprattutto come gestire la responsabilità delle decisioni. – illustra Italiano – Ma la vera competenza chiave sarà la capacità di lavorare con l’IA senza esserne subordinati. Questo significa investire innanzitutto in competenze tecniche, ma anche in formazione continua, pensiero critico e capacità di giudizio. E poi c’è il tema normativo e di tutele. Piattaforme che operano fuori dai modelli tradizionali di lavoro mostrano un vuoto di regole. Dobbiamo prepararci a ridefinire concetti come lavoro, compenso, subordinazione e responsabilità». Non per frenare l’innovazione, ma per evitare cheNon per frenare l’innovazione, ma per evitare che l’innovazione crei nuove forme di precarietà.
Leggi anche:
1. Open AI lancia una piattaforma per offrire e cercare lavoro
2. Lavoro in Italia, cresce l’IA: uso aumentato del 34%
3. L’IA contagia fabbriche e uffici muore il lavoro nell’era digitale
© Riproduzione riservata