Presidente Giovanni Liverani, ci si può assicurare contro il rischio bellico?
«La guerra non è un rischio, è una devastazione certa. Contro la guerra non c’è assicurazione. Contro la guerra c’è solo la pace».
Da quasi due anni lei è presidente di Ania, l’associazione nazionale delle compagnie di assicurazione. Questo clima di guerra e di paura potrebbe diventare un problema, una demotivazione, quasi un alibi per non provvedere ad assicurarsi contro i rischi della vita?
«Direi che sta accadendo il contrario. Nel 2025 in Italia il valore dei premi è cresciuto del 7,8%, a 182 miliardi di euro. E purtroppo viviamo una condizione geopolitica caratterizzata da guerre già da un po’ di tempo. Il conflitto in Ucraina è iniziato nel 2022. Insomma, gli italiani nonostante le guerre si assicurano di più. Un percorso forse ancora troppo lento che quindi va incoraggiato.
Il deficit di assicurazione è ancora una caratteristica italiana. I segnali controtendenza ci sono, ma la strada è ancora lunga.
Non manca la consapevolezza del rischio, manca piuttosto l’uso più opportuno degli strumenti a disposizione. Dobbiamo portare avanti una campagna di sensibilizzazione e di educazione assicurativa; ci devono essere incentivi fiscali più vigorosi; ma soprattutto la comprensione degli strumenti migliori per proteggersi. Siamo un Paese di risparmiatori. E spesso gli italiani credono che il risparmio sia lo strumento più idoneo per garantirsi un futuro al riparo dai rischi. Ma non è così. Si spende molto meno con un’assicurazione -quasi mille volte meno – piuttosto che accumulare e tenere immobilizzato e infruttifero un capitale di riserva».
A proposito di catastrofi naturali, ormai per tutte le imprese è scattato l’obbligo dell’assicurazione. Quali dati di incremento di copertura assicurativa avete registrato?
«Siamo passati dal 7% al 15%, il doppio in un anno e mezzo, ma è ancora troppo poco: vuol dire che nonostante l’obbligo, ancora l’85% delle imprese – soprattutto microimprese e Pmi – è esposto ai rischi di un sisma, di una frana, di un’alluvione che metterebbero in ginocchio l’impresa stessa. Le continue proroghe che hanno caratterizzato l’introduzione dell’obbligo con la legge di bilancio 2025 hanno finito per disorientare le imprese e hanno suggerito di posticipare la scelta. Ma direi una cosa in più a proposito di assicurazioni contro le catastrofi naturali.
La dica.
«Credo che si debba avviare una riflessione per cui un obbligo analogo debba riguardare anche le abitazioni private».
Una bella sfida.
«Eppure, il patrimonio edilizio residenziale è messo anche peggio delle imprese: solo il 7% è coperto dai rischi catastrofali. Bisogna allargare la platea, a cominciare da quegli immobili che hanno goduto di sgravi fiscali in questi anni, o che hanno beneficiato di interventi pubblici, Pnrr compreso. Anche a tutela del denaro pubblico che è stato investito. Sarebbe paradossale se, in assenza di copertura assicurativa, lo Stato dovesse far fronte a indennizzi su case che ha finanziato lui stesso. Almeno su questo segmento dovrebbe scattare un’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali. Inoltre, ci sono margini di miglioramento anche sul perimetro esistente: da Niscemi alle mareggiate dei mesi scorsi, il rischio catastrofale in Italia non è solo quello sismico o idrogeologico. E più soggetti saranno assicurati, imprese e famiglie, più si godranno i benefici della mutualità, quindi premi più contenuti e protezione più vasta del nostro sistema socio-economico».
C’è un altro fronte di fragilità, quello previdenziale e quello sanitario. Un nuovo orizzonte di rischi collegati alla trasformazione demografica del Paese.
«Da un lato la vita si allunga, ed è una buona cosa, ovviamente, ma si tratta di un mutamento che mette sotto pressione tutto il sistema di welfare. Anche perché questo sta avvenendo in una stagione di denatalità: le nuove nascite sono state la metà dei nuovi decessi. Sta cambiando la struttura della famiglia e di quelle protezioni che la famiglia aveva saputo assicurare: i figli sempre più raramente vivono con i genitori anziani, proprio nel periodo in cui padre e madre avanti con gli anni rischiano di avviarsi nel periodo della non autosufficienza».
Previdenza e sanità si incrociano. Cerchiamo di analizzarle separatamente per comodità di ragionamento. Iniziamo dalla previdenza complementare. Che cosa serve per farla decollare, visto che solo il 38% dei lavoratori è iscritto a un fondo pensione?
«Ci vogliono decisi incentivi fiscali. Nella legge di bilancio 2026 c’è un timido segnale in questa direzione. La soglia di deducibilità fiscale dei contributi, ferma da vent’anni a 5.164,57 euro è stata portata a 5.300. Si tratta di 135 euro in più. Quasi nulla. Ma io preferisco vederlo come un segnale che lascia sperare nell’attenzione del decisore pubblico. E poi ci vuole maggiore concorrenza tra i fondi pensione. Anche in questo caso la legge di bilancio ha indicato una strada: la portabilità del contributo datoriale verso qualsiasi altra formula previdenziale, rispetto al fondo negoziale di iscrizione».
Ma c’è chi dice che ci sarà una proroga di questo provvedimento.
«Il meccanismo è stato introdotto forse in una forma un tantino estemporanea ma è un meccanismo virtuoso perché introduce più libertà di scelta per gli iscritti e più concorrenza tra i fondi, quindi più vantaggi per i lavoratori che potranno ottenere rendimenti migliori e costi più contenuti. Ma anche per i fondi meglio gestiti, che potranno attrarre nuovi iscritti».
E per la sanità integrativa? Che cosa serve per renderla adeguata ed efficiente? Ora con la vigilanza di Covip sui fondi sanitari c’è un approccio più rassicurante?
«Il segnale è corretto: ci vuole maggior vigilanza sulla materia per evitare brutte sorprese. Ma forse servirà una vigilanza mista, non solo di natura finanziaria, perché il sottostante è squisitamente sanitario: ci vuole competenza sulle morbilità, non solo sui conti. I fondi sanitari devono garantire quello che promettono agli iscritti, sul lungo periodo, anche perché la sfida della non autosufficienza degli anziani impone una competenza attuariale che oggi le compagnie assicurative sono in grado di mettere in campo, ma che forse non tutti i fondi sanitari possiedono ancora. Sui fondi sanitari è urgente e necessario un riordino organico che tocchi tutte le tematiche, non soltanto la vigilanza: ne va della sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale».
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