Un capolavoro del Rinascimento torna sul mercato, facendo rifiorire la passione per una delle più raffinate forme del collezionismo. Un ulteriore elemento di interesse è che il fulcro di questo rinnovato fermento sarà proprio l’Italia. Tra pochi giorni, infatti, a Milano andrà all’asta un eccezionale manoscritto di Bartolomeo Sanvito, probabilmente il massimo calligrafo del Rinascimento italiano: si tratta del De Oratore di Cicerone, realizzato per il committente mantovano Lodovico Andreasi e impreziosito da un ricco apparato miniato. L’esemplare, proposto in vendita da Pandolfini Casa d’Aste, appartiene al nucleo più alto della produzione di Sanvito e si distingue per qualità esecutiva, stato di conservazione, oltre che per una straordinaria legatura del Cinquecento. I presupposti per attirare l’attenzione di un mercato che a livello globale muove oltre 2 miliardi di dollari l’anno ci sono davvero tutti, con potenziali benefici pronti a irradiarsi ad ampio raggio. Sì, perché iniziative di questo tipo contribuiscono a rafforzare la visibilità internazionale del comparto, consolidandone le dinamiche di valore.
Unicità
«Il collezionismo dei manoscritti rappresenta la nicchia più alta della bibliofilia. Per definizione, infatti, queste opere d’arte su pergamena si distinguono per una unicità che i libri a stampa, realizzati in ripetizione, chiaramente non hanno. A ciò si aggiunge una doppia valenza, dovuta sia al testo antico sia alle raffigurazioni, spesso il vero pezzo forte», spiega a Moneta Cristiano Collari, responsabile del dipartimento Libri, manoscritti e autografi di Pandolfini Casa d’Aste. Non è un caso che, nell’ultimo triennio, il settore abbia registrato una crescita stimata tra il 5 e l’8 per cento, sospinta da facoltosi acquirenti interessati al fattore investimenti. I manoscritti più pregiati sono infatti destinati ad accrescere il loro valore nel tempo.

Oltre vent’anni fa, l’Officiolum di Francesco da Barberino, un piccolo libro d’ore considerato il più antico manoscritto illustrato di questo tipo prodotto in Italia, fu venduto per un milione di euro: una cifra record che oggi bisognerebbe ritoccare al rialzo. «Mi occupai personalmente di quella aggiudicazione, destinata a passare alla storia. Qualora tornasse sul mercato, probabilmente l’esemplare varrebbe di più, perché le cose belle e rare vengono sempre riconosciute come tali, soprattutto a fronte di una loro crescente scarsità», illustra Collari. Proprio per queste dinamiche, il prezioso manoscritto di Bartolomeo Sanvito in asta a Milano potrebbe raggiungere al martelletto cifre di assoluto riguardo, proporzionali alla base d’asta fissata tra 200 e 300mila euro. Per gli intenditori, del resto, l’occasione è di quelle che non capitano tutti i giorni.
«Questo capolavoro rappresenta l’apice della cultura amanuense, è la vetta più alta raggiunta in Italia in oltre due secoli di manoscritti. Un’opera di tale qualità, provenienza e stato di conservazione appare molto raramente sul mercato», rimarca l’esperto, sottolineando anche la valenza storica dell’esemplare: «L’ultimo prodotto prima dell’arrivo della stampa, che cambiò tutto». Va inoltre considerato che la maggior parte dei manoscritti redatti dal Trecento in poi si trova nei musei o nelle teche di qualche fondazione privata; il fatto che un pezzo di tale valore sia finito all’asta costituisce dunque un ulteriore motivo di interesse. E siccome le fortune collezionistiche non vengono mai sole, il manoscritto in questione fa seguito a un’altra importante aggiudicazione avvenuta in Italia nel febbraio scorso: quella di un raro manoscritto dell’Ab Urbe condita di Tito Livio, appartenuto alla Principessa Ippolita Maria Sforza e ceduto per quasi 538mila euro da Il Ponte Casa d’Aste.

Minacce
«A determinare le quotazioni sono soprattutto la rarità, il pregio della miniatura, l’importanza storica del contenuto e la provenienza da collezioni famose. La conservazione è altrettanto decisiva, ma è pur vero che i manoscritti hanno spesso il vantaggio di essere custoditi in rilegature che li proteggono dalla luce e dagli agenti esterni. Le vere minacce per questi capolavori sono l’acqua, il fuoco e le eventuali stropicciature. Per fortuna la pergamena è molto più resistente della carta e questa robustezza oggi ci consente di apprezzare miniature bellissime, ancora ben preservate», chiosa l’esperto. In genere l’amanuense restava anonimo e solo i manoscritti più pregiati riportano il nome di chi li aveva realizzati: è proprio il caso del De Oratore prodotto da Bartolomeo Sanvito, firmato con le sue iniziali e datato al colophon. Una testimonianza che per gli appassionati vale oro. Il celebre calligrafo di origini padovane, infatti, influenzò profondamente la tipografia rinascimentale e il successivo gusto antiquario delle corti italiane.

In un mercato che oscilla tra poche centinaia di euro per i frammenti più comuni e quotazioni milionarie per i codici miniati rari, la convergenza tra il rilievo bibliografico, il prestigio storico e l’eccezionalità orienta i portafogli. L’affare è così scritto su pergamena, tracciato con un inchiostro che sfida i secoli.
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