Al giorno d’oggi c’è un momento preciso, nella vita sentimentale, in cui l’amore smette di essere solo un sentimento e va alla ricerca di simboli ben evidenti. Solitamente succede davanti a una vetrina illuminata, quando il battito accelera non per l’amore ma per l’anello dei sogni. Da simbolo di un contratto d’affari, a pegno economico e sociale che il marito assicurava, fino a segno dell’amore più puro, gli anelli di fidanzamento hanno spesso cambiato vesti nella storia. E oggi con loro entrano in scena due regole non scritte: la prima parla inglese ed è composta da 4 c (color, clarity, cut, carat), la seconda, nata come campagna pubblicitaria nel 1940, ma rimasta nella memoria delle donne, che parla direttamente al conto corrente e pretende un sacrificio rituale pari ad almeno tre stipendi. Non uno di meno, perché l’eternità, si sa, ha un chiaro listino prezzi.
Insomma, l’amore non è più cieco: osserva il colore, misura la purezza, valuta il taglio e pesa i carati. Nel grande romanzo del fidanzamento moderno, l’anello non è un semplice simbolo, ma una dichiarazione patrimoniale travestita da promessa. Il romanticismo non viene negato, viene tradotto nel linguaggio universale del lusso, dove il sentimento brilla meglio se è grande e da ostentare.
Da indossare sull’anulare della mano sinistra, secondo la tradizione il dito connesso direttamente al cuore con la cosiddetta vena amoris, l’anello di fidanzamento come lo conosciamo oggi diventa la normalità nella seconda metà del 1800 quando Tiffany & Co. lancia la linea Settings e Charles Lewis Tiffany si guadagna il titolo di «re dei diamanti». Eppure, il merito di aver così ben incastonato quello scintillio nell’immaginario collettivo va in gran parte al leader nel commercio di diamanti De Beers con la complicità delle dive di Hollywood. È infatti il 1947 quando la copywriter Frances Gerety sforna per lui il claim «un diamante è per sempre», ed è subito record di vendite: il cristallo trasparente diventa il simbolo del vero amore.
Secondo le ultime stime del Global Industry Analysts, il mercato globale degli anelli di fidanzamento con diamante è a dir poco scintillante, un segmento che da solo valeva circa 85 miliardi di dollari nel 2024 e che dovrebbe superare quota 120 miliardi entro il 2032. Qui il romanticismo incrocia la strada con l’industria: solitari iconici, montature halo, tre pietre cariche di simbolismi e revival vintage convivono in un mercato che cresce a un ritmo più moderato ma costante, attorno al 4% annuo. Il diamante resta il protagonista indiscusso, nonostante la concorrenza agguerrita di alternative come moissanite e pietre coltivate in laboratorio, capaci di offrire la stessa estetica a prezzi più accessibili.
Il settore, però, non è una favola senza ombre. La filiera dei diamanti continua a fare i conti con questioni etiche e ambientali, dal retaggio dei conflict diamonds, formalmente arginato dal Processo di Kimberley ma ancora sensibile per una parte dei consumatori, fino all’impatto ambientale delle miniere. Anche per questo, i grandi marchi hanno affinato una narrazione sempre più emotiva e valoriale, dove l’origine della pietra conta quasi quanto la sua brillantezza.
Il mercato è affollato ma non privo di gerarchie. I primi cinque gruppi mondiali controllano tra il 28% e il 35% dei ricavi, con nomi come Tiffany, Chow Tai Fook e Signet Jewelers a dettare il ritmo. Tiffany, in particolare, continua a esercitare un potere quasi monarchico grazie a un mix di design iconici, storytelling impeccabile e pricing power globale. Accanto ai colossi, resistono le maison storiche europee, da Bulgari a Chaumet, che giocano una partita diversa: meno volumi, più artigianalità e una clientela che non compra solo un anello, ma l’illusione di un’eredità.
Dal punto di vista geografico, gli Stati Uniti restano il mercato più ricco e maturo, con una spesa media per anello che supera spesso i 5mila dollari, mentre l’Asia Pacifico è la vera locomotiva della crescita, trainata dalla Cina e dall’adozione sempre più convinta dei rituali occidentali del fidanzamento. In mezzo, l’Europa si muove con elegante cautela, privilegiando qualità, design e lignaggio.
Se è vero che i grandi marchi di lusso non sono gli unici a vendere anelli di fidanzamento, rimangono comunque i più richiesti. Dal classico Tiffany Settings che, nel formato con il diamante più piccolo da 0,23 carati parte da un prezzo di 1.550 euro, ma può velocemente salire oltre i 70 mila quando i carati sono 3,72, al raffinato modello Enticelle di Cartier (il modello classico con diamante da 0,16 carati parte da un prezzo di 3.600 euro, ma sfiora i 100 mila euro con per un diamante da 3.51 carati a forma di pera), passando per gli anelli di fidanzamento di Fabergè, spesso con pietre colorate accanto ai diamanti, con prezzi di listino che partono da 4 mila euro, fino ad arrivare oltre i 60 mila, senza essere personalizzati, quelli di Van Cleef nella versione più classica del Solitario Icòne in platino e diamante che partono da un prezzo minimo di 6.300 euro o il più moderno Serpenti Viper in oro bianco di Bulgari che, impreziosito dai diamanti, costa circa 10 mila euro.
Accanto a questo mondo da vetrina, esiste però una realtà molto più diffusa, fatta di budget misurati e scelte pragmatiche. Il cliente medio oggi spende tra i 1.500 e i 4.000 euro per un anello di fidanzamento, una cifra che resta comunque simbolica, ma meno ostentata. La pietra scelta rimane quasi sempre il diamante, mentre le pietre colorate sono una rarità. Mentre i modelli più richiesti continuano a essere il solitario classico, spesso intorno agli 0,50 carati, o il trilogy, simbolo di una promessa di passato, presente e futuro. Anche lontano dalle vetrine iconiche, il rito resta lo stesso: eterno, brillante e – possibilmente – riconoscibile. Insomma, mentre tutto il resto va e viene, moda, certezze e spesso anche i sentimenti, c’è almeno una promessa che l’industria del lusso continua a mantenere. Perché, come insegnava Marilyn Monroe, i diamanti restano e sono, ancora oggi, i migliori amici delle donne.
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