Ci siamo: la prossima settimana a Maastricht riapre le porte Tefaf, il primo vero test dell’anno per il mercato dell’arte di fascia alta e altissima. In una fase in cui i report parlano di stagnazione ma registrano anche i primi segnali di ripresa, l’evento rappresenta la cartina tornasole per misurare la fiducia dei grandi collezionisti internazionali, perché è qui che si concentrano opere di qualità museale ed è qui che, accanto ai top buyer privati, si muovono direttori di musei e responsabili di importanti istituzioni pubbliche.
Con 276 gallerie da 24 Paesi e 7.000 anni di storia dell’arte riuniti sotto lo stesso tetto, Tefaf conferma una formula unica: dipinti antichi e opere su carta, archeologia e arti decorative, gioielli, arte africana e oceanica, fino al moderno, al contemporaneo e al design d’autore. Una trasversalità che si è rafforzata, anche in vista dell’edizione primaverile newyorkese, e che intercetta un collezionismo sempre meno settoriale.
Il direttore di Tefaf Will Korner invita a evitare letture semplicistiche: «Credo che, su questo tema, si tenda troppo spesso a prestare attenzione a una vendita eclatante oppure perfino a un singolo capolavoro che dovrebbe rappresentare l’intero mercato dell’arte, soprattutto quando si parla di un’unica asta di Moderna & Contemporanea», dice a Moneta. L’ecosistema, fa capire Korner, è in realtà molto più ricco e oggi è opportuno parlare di ricalibrazione ai vertici. «Vendite importanti o fattori esterni hanno il potere di rafforzare o indebolire la fiducia, e di conseguenza i prezzi delle opere di fascia alta possono apparire meno in linea ascendente e più in fase di ricalibrazione. Ma con opere di qualità museale (o riscoperte di artisti trascurati) i collezionisti rispondono con decisione. Questo non è entusiasmo speculativo, ma fiducia di lungo periodo».
«Tefaf è indiscutibilmente la piattaforma leader mondiale per gli Old Masters, ma circa un terzo, almeno 80 gallerie, è dedicato all’arte e al design del Novecento e del Duemila – sottolinea Korner – Ciò che rende Maastricht distintiva non è solo la coesistenza di queste categorie, ma il dialogo tra esse. Ci si può imbattere in un dipinto rinascimentale, così come in un capolavoro decorativo dell’Ottocento, o in un’opera del Dopoguerra, in un’idea di storia dell’arte come continuum».
L’edizione 2026 amplia le sezioni Paintings, Works on Paper, Modern & Contemporary e Design, e rafforza la presenza della fotografia storica e contemporanea. Korner anticipa «una combinazione tra la solidità dei nostri espositori storici e l’energia di nuove gallerie provenienti da Messico, Giappone e Stati Uniti». Per la sezione del design del XX secolo spiccano i maestri italiani proposti da Galleria Rossella Colombari, mentre una personale di Pablo Picasso presentata da Galerie de l’Institut riporta l’attenzione su uno dei giganti del Novecento.
Anche la fotografia giocherà un ruolo di spicco: le proposte di Michael Hoppen Gallery e Galerie Thomas Schulte, che presenta le immagini essenziali di Robert Mapplethorpe, confermano la centralità del medium. Nella sezione Focus, Tefaf continua a «esplorare artisti celebri e meno noti», dice Korner a Moneta. Le opere della ceramista nigeriana Ladi Kwali inseriscono il Modernismo africano in una narrazione più ampia. La galleria newyorkese Demisch Danant presenterà invece quello che Korner definisce «un progetto del cuore»: una rilettura del pittore realista francese Antoine Vollon.
Tra i cosiddetti highlights, i riflettori sono già accesi su uno dei quattro autoritratti incisi all’acquaforte del 1630 in cui Rembrandt utilizzò il proprio volto per esplorare il mondo delle emozioni, una coppia di vasi da parete della Manifattura reale di Sèvres donati nel 1845 dal re Luigi Filippo I a Sua Altezza Abbas Pascià (1813-1854), una natura morta di Paul Gauguin del 1886, un paesaggio di Claude Monet; e ancora, una pregiata Madonna con bambino del Ghirlandaio, una statuetta in legno mummiforme del periodo tolemaico raffigurante la divinità funeraria Ptah Seker-Osiride.
Ma l’edizione 2026 sarà anche l’occasione per fare il punto sul tema più dibattuto: le fiere sono in inesorabile declino, strette tra vendite private e piattaforme digitali? «Io parlerei piuttosto di evoluzione – ci dice Korner – perché le piattaforme digitali possono amplificare la conoscenza, ma non replicano la profondità dell’interazione che nasce quando una comunità si riunisce fisicamente».
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