Ogni anno in Europa tra il 4 e il 9% dei tessili invenduti viene distrutto prima ancora di essere indossato, generando circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂, secondo la Commissione europea. Ma nei prossimi mesi non sarà più possibile farlo. Per ridurre questo spreco, l’Unione europea ha infatti introdotto una nuova direttiva che vieterà la distruzione degli invenduti. Non solo. Entro il 2027 ogni capo tessile dovrà avere un passaporto digitale che ne tracci origine, composizione e ciclo di vita. L’obiettivo è allungare la vita dei prodotti e favorire riuso, rivendita e ricondizionamento, trasformando quello che oggi è uno scarto in una risorsa. Ma le aziende della moda sono pronte?
Le nuove direttive Ue per una moda più sostenibile
Due obblighi in particolare costringeranno presto i brand a ripensare la gestione del proprio prodotto dopo la vendita. Il divieto di distruzione degli invenduti entrerà in vigore per le grandi imprese a partire dal prossimo 19 luglio e per le medie entro il 2030. Il regolamento intende concludere una pratica che ogni anno in Europa brucia tra il 4 e il 9% dei tessili invenduti prima ancora che vengano indossati, generando circa 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, un volume comparabile alle emissioni nette annue della Svezia. I brand dovranno trovare alternative verificabili, con obbligo di rendicontazione pubblica sui volumi eliminati: rivendita, ricondizionamento, riuso.
E’ entrato invece già in vigore il passaporto digitale di prodotto, che però diventerà obbligatorio per il settore tessile entro il 2027. Ogni capo dovrà avere un’identità digitale univoca accessibile via QR code o NFC, contenente informazioni su composizione, filiera, durabilità e ciclo di vita.
Arriva la startup che aiuta le aziende moda
Per aiutare i brand a gestire questa transizione una startup italiana ha sviluppato e brevettato una piattaforma che utilizza il passaporto digitale per tracciare i capi nel mercato second hand e permettere ai marchi di reimmettere gli invenduti nel mercato invece di distruggerli. Il suo nome è Dresso e permette di usare il passaporto digitale non solo per tracciare, ma per attivare un nuovo mercato.
Il second hand non è più una nicchi: solo in Italia, vale 27 miliardi di euro, pari all’1,2% del Pil nazionale, secondo l’Osservatorio Second Hand Economy di BVA Doxa, e a livello globale cresce a un ritmo tre volte più veloce rispetto al retail tradizionale, secondo Boston Consulting Group e Vestiaire Collective. Eppure, ogni volta che un capo cambia mano su Vinted o Subito, il brand che lo ha prodotto non guadagna nulla.
Dresso, attraverso la sua piattaforma proprietaria, consente ai brand del fashion di gestire il proprio mercato secondario integrando strumenti di tracciabilità basati su blockchain, tag NFC e QR code con i sistemi aziendali.
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