Passeggiando per i padiglioni di Artefiera, mostra-mercato regina del collezionismo italiano, l’occhio cade su un pamphlet dal titolo accattivante anche per chi non è venuto a Bologna con l’intenzione di acquistare opere d’arte contemporanea: 222 artisti emergenti su cui investire. L’autore è Cesare Biasini Selvaggi, direttore editoriale di Exibart, storica testata web dedicata all’affascinante quanto controverso mondo dell’arte. La curiosità aumenta perché sfogliando il volume (alla quinta edizione) si scopre che i 222 artisti selezionati da 50 critici anonimi (anch’essi, sottolinea l’autore, in buona parte emergenti) sono tutti italiani, oppure stranieri residenti nel Belpaese. I nuovi talenti su cui “investire” (dal latino “mettere addosso” qualcosa a qualcuno, che sia un ruolo, una forza o banalmente dei capitali) hanno tutti un’età media di 32 anni, per il 44 per cento di sesso femminile, per oltre la metà sono dediti alla pittura (sia pure ibridata dall’estetica dei media digitali), nel 17 per cento dei casi hanno abbracciato le nuove frontiere estetiche offerte dalla tecnologia, intelligenza artificiale compresa.

Saranno famosi, si domanderebbe un investitore? Quesito da un milione di dollari, dal momento che oltre la metà del campione si dichiara privo di una galleria d’arte (volano economico per tradizione) e nella totalità ripone le speranze per il futuro nelle potenzialità dei social network, soprattutto Instagram; una chance nebulosa, quella che arriva dalle piattaforme web, e neppure sfruttata fino in fondo, visto che solo il 60 per cento del campione estrapolato da Exibart dichiara di aver un sito internet personale dedicato. I nomi dei 222 sono sconosciuti ai più e l’unico dato certo è che il prezzo medio di una loro opera si aggira sui 5.000 euro. “Ci tengo a precisare – spiega Biasini Selvaggi – che il termine investimento espresso nel titolo del volume è da considerarsi soprattutto in un’accezione culturale volta a favorire una forma di mecenatismo verso talenti che nel nostro Paese devono spesso arrangiarsi da soli e in ordine sparso”.
Il mercato, quello vero, è un’altra cosa anche perché gli artisti italiani, emergenti ma anche mid-carreer di 40-50 anni, per posizionarsi a livello internazionale devono faticare il doppio dei loro colleghi europei e spesso, anche per essere degnamente riconosciuti dal collezionismo nostrano, sono costretti a lavorare all’estero. “L’Italia non aiuta ma del resto la crescita globale di un artista – dice Biasini – è direttamente proporzionale a quella del Paese di provenienza, alla sua leadership politica, finanziaria ed economica. Anche a livello interno, il sostegno pubblico agli artisti non è sufficiente, e infatti ai giovani artisti consiglio sempre la conoscenza almeno dell’inglese fluente e la partecipazione a bandi per residenze internazionali e a premi qualificati: tutte occasioni di visibilità e di scouting per curatori, istituzioni e gallerie”.

Sullo spinoso tema abbiamo interpellato altri direttori di testate specializzate a cui è stato anche chiesto, a titolo puramente esemplificativo, i nomi di alcuni artisti italiani contemporanei “su cui investire” o che ancora attendono una vera valorizzazione dal mercato globale. “Per i mid-career voto la fotografa-pittrice Marina Caneve (1988) e Nazzarena Poli Maramotti (1987), per gli emergenti due artisti multidisciplinari che già fanno spola tra l’Italia e l’estero: Agnes Questionmark (1995) e Friedrich Andreoni (1995)”, dice Luca Zuccala, direttore del mensile Il Giornale dell’Arte. “Queste carriere non sono però aiutate dal fatto che l’Italia ha costruito la propria identità culturale solo sul patrimonio storico, mentre l’arte che si produce oggi raramente è considerato un investimento strategico. In molti contesti internazionali, l’arte contemporanea è sostenuta da politiche pubbliche chiare: musei che producono, fondazioni operative, programmi di residenza strutturati. In Italia tutto questo esiste solo in forma frammentata, perché i musei di arte contemporanea sono pochi, spesso sottofinanziati, raramente dotati di budget di acquisizione. Senza collezioni pubbliche che crescono, senza musei che rischiano, gli artisti restano sospesi in una condizione di emergenza permanente. Anche il mercato riflette questa fragilità. Le gallerie italiane, salvo rare eccezioni, hanno difficoltà a sostenere a lungo termine la crescita di un artista, a produrre opere ambiziose, a presidiare con continuità il contesto internazionale. Il nostro collezionismo, a sua volta, è spesso prudente, orientato alla conservazione più che al rischio”.

Michele Bonuomo, direttore del magazine Arte, presiede ogni anno la commissione del Premio Cairo rivolto proprio ai nuovi talenti italiani: “Per i mid-carreer credo in Marcello Maloberti e Giulia Cenci, due artisti molto riconoscibili che hanno tutti gli strumenti per una consacrazione internazionale, se non commettono l’errore di diventare schiavi di un sistema che obbliga a produrre invece che a pensare. Fortemente riconoscibili sono anche due emergenti, Aronne Pleuteri e Giuliana Rosso, e anche a loro auguro di essere sé stessi e di realizzare solo capolavori, senza cedere alle lusinghe di un sistema globale che dagli anni ’80 ha trasformato l’arte in un asset finanziario, riducendo la figura del gallerista da mèntore a bottegaio; con il risultato che solo pochi mercanti sono in grado di sostenere gli alti costi richiesti dal sistema delle fiere e quasi nessuno ha forza e voglia di investire a lungo termine su un artista sconosciuto”.
Massimiliano Tonelli, direttore di Artribune, crede nel futuro dei videoartisti Masbedo e dello scultore Loris Cecchini per i mid-cerreer, e negli emergenti Luca Rubegni e Gaia De Megni, “ovvero pittori che oggi sanno interpretare con profondità l’identità italiana e i performer che sanno misurarsi su più ambiti. Purtroppo, sia i primi che i secondi devono confrontarsi con un sistema pubblico italiano che investe in cultura molto meno che nel nord Europa e persino di un Paese latino come la Spagna, ignorando che anche la cultura genera crescita”.

Il direttore di Artsilife.com Massimo Mattioli scommette su Francesco De Grandi e Oscar Giaconia per i mid-carreer e, per gli emergenti, su Giuditta Branconi e Chiara Calore: “Tutti però scontano un peccato originale che nasce dall’istruzione scolastica e dalle nostre accademie, poco sostenute e che sfornano artisti poi abbandonati a sé stessi. Da noi il mondo dell’arte vive nell’atavico provincialismo degli attori presenti nei ruoli chiave, che scelgono di difendere il proprio potere con modalità nepotistiche piuttosto che renderlo permeabile a istanze fresche e aggiornate”. Tra i “saranno famosi”, aggiungiamo volentieri i nomi di alcuni giovani pittori in mostra ad Artefiera: Barbara De Vivi, Giacomo Serpani, Mirko Baricchi, Leonardo Devito.
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