Mettere apposta la testa nella gogna per fare business. Altro che strumento di tortura e umiliazione di sapore medioevale. L’obiettivo è provocare reazioni, improperi, tempeste di fango. Capitalizzare la rabbia, facendosi insultare. Tanto e male. Di più e ancora peggio. Tanto poi alla fine si presenta il conto dell’offesa, e anche salato. Sarebbe l’idea del secolo, se non fosse una specie di raggiro, ai danni di indomiti (e ignoranti) leoni da tastiera. A metterla in campo sono alcuni influencer e creatori digitali, e sono sempre di più. Il meccanismo è semplice: si mette un’esca, si aspetta che il pesce abbocchi. E nel mare di frustrazione in cui navigano gli utenti dei social, qualcuno abbocca sempre.
L’esca, nel caso specifico, è un contenuto che si direbbe, nel linguaggio politicamente corretto degli uffici legali, «divisivo».
Una provocazione vera e propria, in realtà. L’influencer posta un video o un altro contenuto in cui esprime un’opinione urtante. A quel punto in tanti si sentono in diritto di criticare, ma quando il commento fuoriesce dai vaghi margini della continenza, il cosiddetto “diffamante” si trova nella cassetta postale la lettera dell’avvocato. «Paga, o ti querelo», è il messaggio. E il padre-madre di famiglia, che ha fatto l’errore di lasciarsi un po’ troppo andare con l’indignazione, che fa? Paga, naturalmente.

In queste lettere il commentatore social viene portato alla mediazione, uno strumento nato e poi esteso con la riforma Cartabia alla diffamazione, con un intento «nobile»: semplificare e accorciare i tempi dei procedimenti (a Milano la prima udienza viene fissata nel giro di un mese) ma che nei fatti spinge a versare anche discrete cifre per mettersi alle spalle, in fretta, la questione. «Qui non c’è un giudice a stabilire che quel contenuto sia effettivamente diffamatorio, le due parti vengono spinte a trovare un accordo. E difficilmente ti alzi dal tavolo senza lasciare qualcosa». Lo sa bene Alessandro Vercellotti, avvocato esperto in digitale e fondatore dello studio Legal for digital. «Sono due le leve che si usano come clave: da un lato, si mette fretta all’uomo della strada, che sa poco di legge, accampando scuse. Dall’altro, il malcapitato pensa ai soldi che comunque spenderebbe per un legale, se dovesse effettivamente impantanarsi dentro un procedimento penale». I numeri del fenomeno non sono stati ancora raccolti, ma ciò che alcuni avvocati sperimentano su base empirica è il segnale che non si tratta di un caso singolo.
A Vercellotti – a cui in un anno sono arrivate decine di richieste di assistenza legale per casi come questi – è capitato di difendere un cliente, un ingegnere sulla cinquantina che aveva risposto piccato al contenuto di una influencer, il cui video era diventato virale, provocando decine di commenti. In questo caso la piattaforma era Onlyfans, famosa per i contenuti digitali nell’ambito dell’intrattenimento per adulti. «Con una foto dei miei piedi guadagno 1.000 euro in un’ora, non come voi che dovete lavorare un mese per gli stessi soldi», era il tenore del post dalla ragazza, una 24enne di Milano. «Si tratterà mica di prostituzione?», il commento del professionista. Lo studio di Vercellotti, a fronte di una richiesta di 10 mila euro per le parole ritenute inappropriate dalla diretta interessata e dai suoi legali, è riuscito a spuntarla con un versamento di 1.000 euro. Un dieci per cento di quanto richiesto inizialmente, che accontenta però anche la influencer, che sembra abbia trascinato nella sua rete decine di altri utenti.
Ci sono poi i casi dei creatori che basano il loro seguito su comportamenti di dubbio gusto, quando non apertamente illegali: baciano ragazze per strada, fanno corse di velocità o trattano in modo inappropriato gli animali, attirando commenti indignati. «Anche qui, decine di lettere inviate a chi critica», spiega Vercellotti.
È bene precisare che qui non stiamo parlando di hate-speech, che è un fenomeno da prendere seriamente e che produce legittime richieste di risarcimento del danno di persone che vedono offesa la propria reputazione o sono oggetto di minacce. Anche perché per quel tipo di contenuti, la sede naturale è la querela. I social network infatti, nella recente giurisprudenza, sono equiparati a «un mezzo di pubblicità» e dunque si può essere accusati di diffamazione aggravata: a decidere se archiviare o portare avanti il procedimento è un pubblico ministero della Procura ordinaria, e se si dovesse arrivare a dibattimento, a decidere nel merito sarebbe un giudice penale. Si rischiano pene alte: la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni di carcere, oltre agli eventuali danni in sede civile. «Il problema – spiega Cristina Morrone, avvocata milanese che fa anche divulgazione di diritto penale sui social – è che per arrivare a una richiesta di rinvio a giudizio passano anche quattro anni». Un’enormità, se confrontata appunto con la mediazione che invece si deve fissare entro 60 giorni. «A meno che, chiaramente, tu non sia un vip. In quel caso i procedimenti viaggiano sul Frecciarossa, quelli di tutti gli altri sul regionale».
In ogni caso qui parliamo invece di contenuti creati ad hoc per creare rabbia, appositamente provocatori, che generano risposte negli utenti in cui il confine sottile tra l’offesa e l’opinione personale e il diritto di critica è molto sottile. Secondo Vercellotti, ci sono degli uffici legali che vivono di questo, prendendo una percentuale sul risarcimento che portano a casa. «È una pratica contraria alla deontologia dell’avvocato, ma non a quella delle società con servizi di consulenza legale».
Che il denaro sia lo scopo principale di queste pratiche lo dimostra che le strade per ripagare l’offesa, sui social, sarebbero invece tante e molte: scuse pubbliche per aumentare le interazioni social o nuove collaborazioni tra influencer che non se le erano mandate a dire e che facendo pace vedono aumentare il numero dei loro follower. Invece qui, non è prevista strada alternativa. Pagare, e anche il prima possibile.
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