L’Iran ha preso fuoco non solo per la rabbia contro la repressione, ma anche per la drammatica situazione economica che vivono i suoi cittadini, ridotti alla fame da un’inflazione galoppante, spinta dall’inasprimento delle sanzioni Usa e dall’indebolimento della valuta locale: il valore del rial a dicembre è crollato del 20%. Il mese scorso l’inflazione è aumentata del 42% rispetto all’anno precedente, con punte del +70% sugli alimentari e del +50% sui farmaci.
A far precipitare la situazione anche il fallimento, alla fine dello scorso anno, dell’Ayandeh Bank, gestita da persone vicine al regime degli ayatollah. Come ha spiegato il Wall Street Journal, l’istituto è fallito sepolto sotto quasi 5 miliardi di dollari di prestiti in sofferenza. Il governo l’ha trasferito in una banca statale e ha stampato enormi quantità di denaro per coprire le perdite, ma questo non ha fatto altro che peggiorare una situazione già drammatica. E altre cinque banche sarebbero in condizioni di debolezza simili.
Ayandeh Bank era famosa perché offriva tassi d’interesse molto alti, cosa che ha convinto milioni di iraniani ad aprire dei depositi. Molti dei suoi investimenti erano legati a progetti collegati ai suoi stessi dirigenti, una situazione di palese conflitto di interessi. Per i cittadini comuni, impossibilitati a fare la spesa, e per i piccoli commercianti e imprenditori, incapaci di fare fronte al tracollo economico, era diventata un simbolo di un sistema malato che arricchisce pochi e ignora le sofferenze della gente comune.
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