Anche il 2025 è entrato nell’elenco, ormai sempre più lungo, degli anni in cui le perdite assicurate legate a catastrofi naturali hanno superato i 100 miliardi di dollari, secondo l’analisi di Munich Re. Un dato che dimostra come le assicurazioni si devono scontrare sempre più spesso con la crisi climatica. Peccato che spesso lo facciano aumentando i premi, restringendo le coperture o abbandonando le zone considerate troppo rischiose. Il risultato è un’esposizione crescente per cittadini e imprese: negli Stati Uniti il gap assicurativo è stimato in 64 miliardi di dollari l’anno (media 2021-2024), nell’Unione europea in 59 miliardi di euro (2021-2023). Nei Paesi in via di sviluppo, la quota di perdite non assicurate supera addirittura il 90%.
Il quadro italiano è emblematico. Tra il 1980 e il 2023, i danni causati da eventi climatici estremi hanno superato i 135 miliardi di euro, collocando l’Italia al secondo posto in Europa per perdite economiche legate al clima. Eppure solo il 20% di questi danni risulta assicurato. Il restante 80% ricade su famiglie, imprese e Stato. Anche il turismo ne risente: negli ultimi cinque anni i premi assicurativi per le strutture ricettive sono aumentati del 10-15%, spinti da alluvioni, ondate di calore e fenomeni estremi sempre più frequenti nelle principali destinazioni.
“Il cambiamento climatico, insieme alla distruzione delle difese naturali, sta trasformando intere aree del pianeta in territori di fatto non assicurabili, lasciando milioni di persone vulnerabili a impatti sempre più gravi. Non è solo una questione ambientale, ma una sfida sociale, economica e fiscale di enorme portata”, avverte Alessandra Prampolini, direttrice generale del Wwf Italia.
Prevenire è meglio che curare. Tradotto, investire in prevenzione conviene più che intervenire dopo le catastrofi. Uno studio della US Chamber of Commerce evidenzia che ogni dollaro investito in resilienza e preparazione può generare risparmi fino a 13 dollari per le comunità. Nel Regno Unito, una sterlina spesa per la gestione del rischio di alluvioni evita danni per circa 8 sterline.
In questo contesto, anche la tutela e il ripristino della natura emergono come alcune delle strategie più efficaci: foreste, zone umide e mangrovie funzionano da vere e proprie barriere naturali contro inondazioni, tempeste e calore estremo. Un caso di studio sulle foreste protettive alpine stima che le soluzioni basate sulla natura abbiano un valore economico di circa 4 miliardi di franchi svizzeri l’anno e possano risultare fino a 25 volte più convenienti rispetto alle opere puramente ingegneristiche. Un fattore spesso sottovalutato ma decisivo. Ecosistemi degradati non sono più in grado di assorbire e attenuare l’impatto di eventi estremi sempre più frequenti e violenti, alimentando un circolo vizioso. In aree colpite da deforestazione, ad esempio, il rischio di grandi alluvioni può crescere fino al 700%. “Ridurre drasticamente le emissioni e proteggere, ripristinare ecosistemi come foreste, mangrovie e zone umide è essenziale per contenere i danni e deve diventare un pilastro delle strategie globali”, invita Prampolini.
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