A Davos si dice spesso che l’aria di montagna schiarisca le idee. Quest’anno, però, sembra aver portato con sé anche lo spirito di Nouriel Roubini, presenza fissa tanto tra le nevi svizzere quanto sulle rive del lago di Como a Cernobbio. Il risultato è un coro di capi-economisti che, pur concedendo qualche timido segnale di miglioramento, continuano a guardare al futuro con l’espressione di chi vede nuvole anche in una giornata di sole.
Bicchiere mezzo vuoto
Il nuovo Chief Economists Outlook del World Economic Forum certifica infatti che l’outlook dell’economia globale è “leggermente migliorato ma rimane incerto”. Non poco, se si considera che solo pochi mesi fa il pessimismo era quasi un riflesso automatico. Oggi il 53% degli economisti intervistati si aspetta un peggioramento delle condizioni globali nel prossimo anno, contro il 72% di settembre 2025: un progresso statistico che a Davos viene accolto come una mezza buona notizia, anche se il bicchiere resta rigorosamente mezzo vuoto. Come spiega Saadia Zahidi, managing director del Forum, “l’indagine rivela tre tendenze decisive per il 2026: l’impennata degli investimenti in intelligenza artificiale, il debito che si avvicina a soglie critiche e i riallineamenti del commercio globale”, con governi e imprese chiamati a muoversi “con agilità nel breve periodo, senza perdere di vista i fondamentali della crescita di lungo periodo”.
Il debito
Il debito, manco a dirlo, è il grande convitato di pietra. I capi-economisti vedono una crescita delle spese per la difesa quasi inevitabile, con il 97% che prevede aumenti nelle economie avanzate, mentre infrastrutture digitali ed energia restano priorità. Per alleggerire il fardello, molti governi potrebbero affidarsi a una combinazione già nota: “Un po’ più di inflazione e qualche ritocco fiscale”, soluzione che il 67% degli economisti considera probabile nei Paesi avanzati. Un approccio pragmatico, più che ideologico, che suona decisamente meno drammatico di certe profezie da fine del mondo.
Asia locomotiva
Sul fronte geografico, il pessimismo selettivo è evidente. L’Asia meridionale resta la locomotiva, con l’India in prima fila, mentre gli Stati Uniti vedono prospettive migliorate e una crescita per lo più moderata. L’Europa, invece, continua a essere descritta come l’anello debole, con oltre metà degli economisti che si aspettano una crescita debole. È qui che l’eco di Roubini si fa più forte. Nei suoi interventi recenti l’economista avverte che la vera minaccia per il Vecchio Continente non è culturale ma economica, perché “il divario tecnologico con gli Stati Uniti si è allargato in modo preoccupante” e l’innovazione corre più veloce altrove.
Quadro severo
Eppure, anche dentro questo quadro severo, c’è spazio per una lettura meno catastrofista. L’Italia, ad esempio, non è ridotta “malissimo”, soprattutto se il contesto europeo smette di zavorrarla. Il punto chiave resta la Germania: se Berlino torna a crescere, l’effetto trascinamento sull’intera area euro è quasi automatico. In altre parole, più che evocare Cassandre, conviene guardare ai fondamentali e alle catene del valore continentali.
Commercio globale
Sul commercio globale, infine, Davos prende atto di una nuova normalità fatta di competizione e accordi bilaterali. “Le restrizioni tecnologiche tra Stati Uniti e Cina resteranno o aumenteranno”, si legge nel rapporto, ma questo non significa paralisi. Anzi, quasi tutti gli economisti si aspettano un aumento degli accordi commerciali e dei flussi di investimento, con gli Stati Uniti che continuano ad attrarre capitali.
Prudenza
Morale: lo spirito di Roubini aleggia tra i corridoi del Forum e rende tutti un po’ più prudenti, se non apertamente pessimisti. Ma tra intelligenza artificiale, aggiustamenti fiscali e una possibile ripresa tedesca, il quadro è meno fosco di quanto le Cassandre vorrebbero far credere. Il realismo non fa mai male; l’autocommiserazione, invece, rischia di essere una pessima strategia economica.
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