Quando Giuseppina Di Foggia arriva alla guida di Terna, tre anni fa, il sistema elettrico italiano è già entrato in una fase di tensione strutturale. I prezzi dell’energia sono ai massimi storici, la transizione energetica accelera sotto la spinta europea, le catene di approvvigionamento si sono fatte fragili e i disordini geopolitici hanno trasformato l’energia da variabile tecnica a fattore strategico. In questo scenario, la rete elettrica – infrastruttura invisibile finché funziona – esce dall’ombra e diventa un tema centrale del dibattito pubblico. Terna si trova così nel cuore di una trasformazione senza precedenti: deve garantire sicurezza e continuità del sistema, integrare una quota crescente di rinnovabili non programmabili, abilitare nuovi investimenti industriali e sostenere la competitività del Paese, il tutto in un contesto regolato e sotto costante scrutinio. È una sfida che riguarda tanto l’ingegneria quanto l’execution, la capacità finanziaria quanto la credibilità industriale. Oggi il gruppo sta attuando il piano più ambizioso della sua storia. E il mercato sembra credere alla strategia che lo ispira: il titolo viaggia sui massimi storici, le agenzie di rating migliorano il giudizio, i benchmark europei collocano Terna tra i gestori di rete più efficienti. Ma ci sono domande che restano sul tavolo: sulla reale capacità di realizzare opere complesse in tempi certi, sulla sostenibilità dei costi, sul ruolo concreto della rete nella riduzione dei prezzi dell’energia e sulla sua funzione strategica in un sistema elettrico sempre più esposto a shock esterni.
Ingegner Di Foggia, sono passati esattamente mille giorni dal suo arrivo alla guida di Terna come amministratore delegato e direttore generale. Se dovesse riassumerli in una parola, quale sceglierebbe?
«Direi accelerazione. Abbiamo impresso una forte spinta operativa a un’azienda che era già solida, ma che doveva prepararsi a un cambio di scala senza precedenti. La rete elettrica è diventata un’infrastruttura abilitante della transizione energetica e questo ha richiesto velocità, visione e capacità di realizzazione».
Il vostro Piano al 2028 vale 17,7 miliardi di euro. C’è chi osserva che i piani sono sempre ambiziosi, ma riuscire a realizzarli in modo compiuto è tutt’altra cosa.
«Obiezione legittima. Proprio per questo il nostro Piano è fortemente sbilanciato sull’execution. I risultati del primo anno ci hanno consentito non solo di rispettare la tabella di marcia, ma di anticipare diverse iniziative. Abbiamo infatti aumentato il livello degli investimenti, proprio alla luce degli ottimi risultati conseguiti. Parliamo di 16,6 miliardi di investimenti regolati, livello più alto di sempre, e di circa 300 cantieri già attivi sul territorio. Dal 2023 sono entrate in esercizio infrastrutture per oltre 2 miliardi di euro. I numeri dimostrano che non siamo nella fase degli annunci e che il Piano è pienamente realizzabile».
Investire così tanto in una rete è davvero un moltiplicatore economico o è solo spesa infrastrutturale?
«Non è solo spesa. Lo studio che abbiamo realizzato con OpenEconomics mostra che gli investimenti di Terna generano un impatto diretto e uno indiretto su Pil e occupazione. È un fattore di riequilibrio macroeconomico, con effetti diffusi lungo tutta la filiera industriale oltre che sui territori».

Il mercato finora vi ha premiato: titolo ai massimi storici, rating in miglioramento. Non c’è il rischio che sia più un giudizio finanziario che industriale?
«I mercati guardano ai fondamentali. Il massimo storico del titolo e le decisioni di Standard & Poor’s e Moody’s riflettono una valutazione complessiva: solidità finanziaria, chiarezza strategica e capacità di realizzare il piano. Senza execution, questi segnali non arriverebbero».
Un benchmark di Bain & Company vi indica come i più efficienti in Europa nel rapporto tra investimenti e rinnovabili integrate. Ma non è un confronto in un certo senso facile, visto il vostro ruolo regolato?
«Al contrario. Essere regolati non significa essere automaticamente efficienti. La regolazione stessa sta evolvendo: oggi viene remunerato di più chi porta benefici concreti al sistema. In questo contesto, il dato rilevante è che Terna integra nuova capacità rinnovabile a un costo unitario per Gigawatt circa due volte inferiore rispetto a Germania, Francia e Regno Unito. È il risultato di scelte industriali precise: priorità progettuali, anticipo delle autorizzazioni, pianificazione integrata e digitalizzazione. Negli ultimi anni abbiamo anche drasticamente ridotto i costi di dispacciamento».
In concreto, dove si vedono questi benefici per il sistema?
«Nella riduzione delle congestioni, nei minori costi di dispacciamento e nella maggiore capacità di integrare fonti rinnovabili in sicurezza. Sono benefici che si riflettono sull’intero sistema elettrico».
Le grandi opere, però, sono spesso contestate dai territori. A che punto siete con la realizzazione concreta?
«Abbiamo concluso in anticipo le opere per Milano Cortina 2026. Gli altri progetti strategici stanno avanzando: Tyrrhenian Link, Adriatic Link, SACOI3. Stiamo sviluppando anche interconnessioni internazionali fondamentali come Elmed. Quanto al confronto con i territori direi che è complesso, ma d’altro canto è indispensabile».
La rete elettrica è diventata un’infrastruttura critica anche dal punto di vista geopolitico. In Italia possiamo davvero dirci al sicuro?
«Il contesto è più complesso che in passato, ma il sistema italiano ha dimostrato un’elevata resilienza anche in condizioni di stress. Proprio per questo abbiamo rafforzato il piano di sicurezza già prima di eventi recenti che hanno colpito altri Paesi europei. Abbiamo introdotto nuovi macchinari e strumenti per la rete che servono a garantire stabilità in un sistema caratterizzato da una forte crescita delle rinnovabili installate. La sicurezza non è mai un dato acquisito: richiede investimenti continui, innovazione tecnologica e una gestione sempre più avanzata. Per quanto ci riguarda abbiamo fatto tutto il necessario perché la tenuta sia massima».
Innovazione è una parola molto abusata. Nel vostro caso, cosa significa in concreto?
«Significa investire 2,4 miliardi di euro in digitalizzazione e nuove tecnologie. Utilizziamo intelligenza artificiale e algoritmi avanzati per la previsione della domanda e per l’esercizio della rete. Abbiamo digitalizzato la manutenzione, riducendo significativamente i tempi di intervento. Il memorandum con Microsoft e le Terna Innovation Zone vanno in questa direzione».
Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica del nostro Paese. È sostenibile tale contributo nel lungo periodo?
«È sostenibile solo a condizione che la rete evolva. La crescita delle rinnovabili non è un problema in sé: lo diventa se non si investe in infrastrutture, flessibilità e interconnessioni».
Il costo dell’energia resta elevato ed è fonte di continue proteste da parte di privati e imprese. Che responsabilità ha Terna su questo fronte?
«I prezzi dipendono soprattutto dal costo di generazione e dalla dipendenza dal gas. La trasmissione pesa circa il 4% della bolletta e le nostre tariffe sono tra le più basse in Europa. Detto questo, investire in rete è una delle leve più efficaci per ridurre il costo complessivo del sistema. Più rinnovabili riusciamo a integrare, più il mix di generazione si allontana dal gas, e questo nel tempo contribuisce ad abbassare il prezzo delle bollette».
C’è chi sostiene che il vostro sia un business meno problematico rispetto a quello di altri operatori nel settore dell’energia.
«È un’idea fuorviante. La trasmissione è invisibile finché funziona, ma è una delle attività più complesse: gestione in tempo reale, equilibrio costante tra domanda e offerta, sicurezza assoluta. Non è un lavoro più semplice, è un lavoro diverso».
In questi tre anni lei ha ricevuto anche qualche critica. Quale le ha dato più fastidio?
«Mi concentro soltanto sulle critiche costruttive che considero come un regalo, se mi permettono di migliorare nel mio lavoro. Non mi occupo invece di quelle basate su pregiudizi o strumentalizzazioni: non aiutano il confronto e non restituiscono la complessità del lavoro che svolgiamo».
A proposito di persone, come sta cambiando l’organizzazione interna della società?
«Il Piano prevede 1.400 nuove assunzioni e raggiungeremo l’obiettivo con un anno di anticipo. Oggi abbiamo oltre 7.100 dipendenti e più di 800 sono entrati nel 2025. Puntiamo molto sui profili Stem e sulla componente femminile, così come sulla formazione, sulla leadership e sull’inclusione».
Di Foggia, fra tre mesi scade il suo primo mandato alla guida di Terna e lei dovrà presentarsi al giudizio degli azionisti. Con quale progetto futuro? Con quali nuove sfide?
«In questi tre anni Terna ha accelerato in modo deciso, i numeri lo dimostrano e il mercato lo ha riconosciuto. Abbiamo scelto di puntare sull’esecuzione delle grandi infrastrutture chiave per il Paese, sull’efficienza nella pianificazione degli investimenti, sull’innovazione e la digitalizzazione della rete, e sulla crescita delle competenze delle nostre persone. La solidità finanziaria dell’azienda e la realizzazione degli investimenti rappresentano un elemento di creazione di valore per il Paese. Credo che anche la continuità nella gestione dell’azienda sia un valore: abbiamo costruito con impegno basi solide e vogliamo proseguire con l’esecuzione del nostro Piano, a beneficio dell’indipendenza energetica del Paese».
Leggi anche:
Terna, green bond ibrido da record
Moody’s alza il rating di Terna
© Riproduzione riservata