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Tra atlanti storici e mappe antiche c’è il Gps che porta all’Isola del tesoro

Un tempo guidavano esploratori e mercanti, oggi indirizzano appassionati e investitori con quotazioni in costante crescita. L’esperto: «Se testimoniano nuove scoperte, valgono di più»

Rotte tracciate a mano e fiumi disegnati come nervature. Montagne stilizzate, vulcani e foreste. Grandi città e villaggi sperduti. Prima che la cartografia diventasse digitale e a portata di smartphone, esplorare il mondo significava innanzitutto immaginarlo, misurarlo, esporlo al rischio di una rappresentazione tanto meticolosa quanto empirica. Per secoli le carte geografiche sono state strumenti di fondamentale utilità: servivano a organizzare scambi, definire sfere d’influenza, pianificare espansioni. Oggi, invece, quelle stesse mappe orientano schiere di collezionisti, indicando l’itinerario che porta all’investimento perfetto. In un momento in cui il mercato dell’antico stenta a crescere, questi mondi di carta si dispiegano nella direzione opposta e generano valore nelle compravendite.

Arte e storia

«La mappatura della terra continua ad avere un grande fascino e il segmento si conferma uno dei più floridi nel campo della bibliofilia. Chi colleziona le carte geografiche lo fa innanzitutto per la raffinatezza estetica di alcuni pezzi, ma anche per il loro interesse storico. I documenti più ricercati sono infatti quelli che testimoniano la scoperta di nuovi continenti», spiega a Moneta Cristiano Collari, responsabile del dipartimento Libri, manoscritti e autografi di Pandolfini Casa d’Aste. Il Cinquecento, secolo d’oro della cartografia italiana, continua a far brillare gli occhi degli intenditori con mappe molto rare e dunque costose. In questo periodo, caratterizzato dalla cosiddetta scuola lafreriana (da Antoine Lafréry, un editore francese operante a Roma), le carte geografiche venivano disegnate e stampate singolarmente, poi assemblate in seconda battuta.

«Nel momento di massima esplosione del Rinascimento, la produzione cartografica andò di pari passo a una sempre più raffinata cultura artistica. Alcuni esemplari sono infatti decorati con mostri marini, galeoni, figure allegoriche: dettagli bellissimi che appagano lo sguardo e che mostrano un suggestivo modo di rappresentare il mondo. Ancora più rare sono le grandi mappe da parete, che restavano esposte alla luce e agli agenti esterni e che dunque sono molto fragili», aggiunge Collari. Valgono moltissimo anche le mappe seicentesche di produzione olandese, che venivano direttamente codificate in forma di atlante, a differenza di quanto accadeva nel secolo precedente in Italia. Sul mercato alcuni esemplari hanno raggiunto cifre inimmaginabili: la leggendaria Cosmografia universale di Martin Waldseemüller del 1507, la prima mappa a nominare l’America, è stata valutata 10 milioni di euro. Ma la stima risale a due decenni fa e oggi la quotazione sarebbe di gran lunga superiore. Diversi atlanti di Gerardus Mercator e Abraham Ortelius, con le loro carte nautiche colorate a mano, sono stati invece venduti per cifre comprese tra 500mila e 2 milioni di euro. Sul mercato nostrano, Pandolfini ha recentemente assegnato una mappa del Mediterraneo prodotta in Francia nel XVII secolo per 40mila euro.

Ma i veri intenditori non si lasciano certo spaventare dalle cifre: «Un atlante lafreriano da 50 carte, del resto, può valere anche 5 o 6 milioni», annota ancora l’esperto. Tra i cartografi italiani più quotati spiccano Paolo Forlani, Matteo Florimi, Fernando Bertelli, ma anche il matematico gesuita Matteo Ricci, che realizzò la prima mappa sinocentrica, ovvero centrata sulla Cina. Poi ci sono gli olandesi Blaeu, una dinastia di editori che ha dominato il mercato europeo per oltre un secolo. Di fronte alle loro carte geografiche, i parametri che determinano il valore sono sempre gli stessi: «La rarità, ma anche la conservazione e il luogo raffigurato. Se una determinata località appare per la prima volta, quella testimonianza fa lievitare le quotazioni». È appunto il caso della già citata mappa che documentò la scoperta del continente americano.

Stranezze

Stranezze ed errori di tracciamento contribuiscono a rendere una carta geografica unica nel suo genere e piacciono dunque al mercato. «Penso ad alcune mappe del Cinquecento, che riportavano due o tre isole totalmente inventate tra noi e l’Islanda. Ma anche alla cartografia rinascimentale, che talvolta includeva riferimenti a improbabili figure quali il Priest John, un leggendario sovrano cristiano dell’Africa centrale, citato in alcune carte europee del XV e XVI secolo», argomenta Collari.

La vivacità della domanda e delle compravendite ha fatto sì che alcuni pezzi abbiano quadruplicato il loro valore nel tempo, avvicinando acquirenti dalla grande capacità di spesa: statunitensi e cinesi in particolare. Così, dopo aver mostrato il mondo ai mercanti, ai sovrani e agli studiosi del globo terracqueo, oggi le mappe antiche ridisegnano la geografia del collezionismo d’alta fascia, spostando capitali da un continente all’altro. Alla faccia dei moderni Gps.