Nel sistema dell’arte contemporanea, orientato a modalità di relazione sempre più dirette con il collezionismo, cresce il ruolo delle piccole gallerie d’arte come luoghi di intermediazione culturale e commerciale. È da queste ‘botteghe’, spesso lontane dai più blasonati vernissage, che passano alcune delle più interessanti realizzazioni artistiche. Ed è anche così che si alimenta un mercato che a livello globale sfiora quota 60 miliardi di dollari.
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Spazio Morgagni, realtà fondata a Milano nel 2025 da Wiliam Purita, rispecchia questa tendenza che strizza l’occhio al ricercato collezionismo di nicchia. Quello che scova l’affare senza passare dagli affolati cataloghi delle grandi case d’asta. Con questo spirito, dal 20 al 30 aprile prossimi, la galleria d’arte di Porta Venezia ospiterà Cœur à barbe, mostra dedicata a Man Ray e curata da Giorgia Aprosio.
Il progetto riunisce multipli, litografie, fotografie, film e libri d’artista provenienti dalla Galleria Gió Marconi, realtà storica del mercato milanese, e costruisce un percorso capace di valorizzare opere su carta e materiali editoriali, segmenti sempre più rilevanti per un collezionismo attento sia alla qualità sia alla sostenibilità economica dell’investimento.
Non è un caso che al centro vi sia proprio Man Ray, figura chiave del Novecento e protagonista di un mercato solido e internazionale. Le sue fotografie più iconiche hanno raggiunto quotazioni di primo piano nelle aste internazionali: Le Violon d’Ingres (1924), considerata una delle immagini più celebri della storia della fotografia, è stata battuta nel 2022 da Christie’s per oltre 12 milioni di dollari, stabilendo un record assoluto. Più in generale, il mercato dell’artista mostra una tenuta significativa anche per stampe e multipli, confermando l’interesse trasversale di collezionisti istituzionali e privati.
Il titolo dell’iniziativa riprende Le Cœur à barbe (1923), la pubblicazione ideata da Tristan Tzara nel clima di tensione che attraversava la scena d’avanguardia parigina dei primi anni Venti. Da quell’esperienza nacque anche la serata del 6 luglio 1923 al Théâtre Michel, momento chiave della frattura tra il Dada e il gruppo surrealista guidato da André Breton. Un passaggio storico che oggi viene riletto non solo in chiave critica, ma anche come esempio di come le dinamiche di rottura e ridefinizione dei linguaggi influenzino nel tempo il valore e la circolazione delle opere.
Cœur à barbe assume così un duplice significato: da un lato riflette la posizione di Man Ray, vicino al Dada ma in dialogo con il Surrealismo senza aderire completamente a nessuna delle due correnti; dall’altro allude allo spazio che ospita la mostra, un ex barbiere che conserva la struttura originaria degli anni Sessanta. Un elemento, quest’ultimo, che rafforza l’identità del luogo e ne aumenta l’attrattività in un mercato in cui la riconoscibilità degli spazi è parte integrante del valore.
La mostra si apre dalla vetrina, sotto la storica e originale insegna di “Gino il Barbiere”, dove tre opere funzionano come dispositivo di comunicazione immediata: Autoportrait avec moitié barbe (fotografia, later print, 1943–1975), Cadeau (ferro da stiro con chiodi, edizione autorizzata, 1921–1974) e una selezione di litografie a colori, tra cui L’incompris (1962), Nuit de Saint-Jean de Luz (1968) e La Fortune II (1973). Un insieme che intercetta sia il valore iconico delle opere sia la loro accessibilità relativa rispetto ai pezzi unici.
All’interno, Le Retour à la raison (1923), cortometraggio dadaista realizzato senza cinepresa attraverso la rayografia e concepito da Man Ray su invito di Tzara per la serata di Le Cœur à barbe, introduce una riflessione sul rapporto tra sperimentazione tecnica e riproducibilità. Il percorso prosegue con un nucleo dedicato alla figura femminile, con due fotografie della serie Mode au Congo (new print, 1937–1980) e con materiali editoriali consultabili su richiesta: l’album Models (Carlo Cambi Editore, 2013) e il libro d’artista Alphabet for Adults (Studio Marconi, Signum Editore, Milano, 1995).
A conferma della solidità del segmento in cui si colloca anche la produzione di Man Ray è peraltro anche il recente report Collezionisti e valore dell’arte in Italia 2026 di Intesa Sanpaolo, che evidenzia un mercato sempre più selettivo e orientato a qualità e rarità. Caratteristiche spesso rintracciabili proprio nelle piccole gallerie d’arte. Il 30% dei collezionisti ha superato almeno una volta i 500mila euro per un acquisto e il 18% ha oltrepassato il milione, mentre fotografia, opere su carta e multipli restano tra i segmenti più dinamici, per equilibrio tra valore culturale, circolazione e accessibilità.
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