Negli Stati Uniti e in Europa sta prendendo piede una nuova convergenza tra industria automobilistica e difesa, spinta sia da esigenze geopolitiche sia da difficoltà strutturali del settore auto.
L’amministrazione di Donald Trump ha avviato colloqui con i vertici di grandi aziende manifatturiere per coinvolgerle nella produzione militare, evocando un modello simile all’“Arsenale della Democrazia” della Seconda Guerra Mondiale.
Tra i dirigenti coinvolti figurano Mary Barra di General Motors e Jim Farley di Ford Motor Company, mentre anche gruppi come GE Aerospace e Oshkosh Corporation hanno partecipato ai primi confronti con il Pentagono. L’obiettivo è ampliare rapidamente la base industriale della difesa, aumentando la produzione di munizioni, missili e tecnologie anti-drone, anche alla luce dell’esaurimento delle scorte dovuto ai conflitti in Ucraina e Medio Oriente, di cui ha parlato anche un’inchiesta di Moneta.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha definito questa priorità come un vero e proprio sforzo “in tempo di guerra”, chiedendo alle aziende se siano in grado di riconvertire rapidamente capacità produttive e personale. Non si tratta di una novità storica: durante la Seconda Guerra Mondiale, le fabbriche automobilistiche americane sospesero la produzione civile per costruire bombardieri, camion e motori aeronautici.
Il Vecchio Continente
Anche in Europa l’automotive guarda alla difesa come possibile leva per sostenere i bilanci in una fase di crisi, aggravata da una transizione elettrica troppo spinta e dal calo dei volumi. Tuttavia, questa prospettiva è tutt’altro che risolutiva.
In Italia, circa il 16% dei fornitori automotive è già attivo nella difesa, soprattutto in ambiti come powertrain, elettronica e telai. Le sovrapposizioni tecnologiche esistono, ma restano limitate. Come sottolineato dall’analista Andrea Taschini su Moneta, i due settori seguono logiche profondamente diverse: l’automotive è basato su grandi volumi e forte pressione sui costi, mentre la difesa opera su produzioni limitate, commesse pubbliche e cicli industriali lunghi.
Narrazione politica
Per questo motivo, l’idea che la difesa possa compensare la crisi strutturale dell’auto europea appare più una narrazione politica che una soluzione concreta.
Nonostante questi limiti, diversi gruppi stanno esplorando collaborazioni o conversioni parziali:
- La spagnola SEAT è in trattative con Indra per produrre circa 5.000 veicoli militari nello stabilimento di Martorell. Renault guarda al settore dei droni e tecnologie difensive. Continental collabora con Rheinmetall per riconvertire parte della produzione.
- Volkswagen, anche tramite Porsche, esplora cybersicurezza e tecnologie militari.
- Stellantis ha valutato la conversione dello stabilimento di Cassino, colpito da forte riduzione occupazionale.
Questi tentativi, però, hanno un impatto limitato. I mezzi militari hanno cicli di vita molto più lunghi rispetto alle auto e non generano volumi comparabili. Di conseguenza, il settore difesa non può assorbire le perdite occupazionali dell’automotive, che in Europa ha già perso circa 100.000 posti nella componentistica in due anni.
Vere opportunità nelle nicchie
In realtà, le opportunità più concrete si concentrano in nicchie specifiche: materiali avanzati, elettronica di potenza, software e sistemi digitali.
Sia negli Stati Uniti sia in Europa, quindi, si sta assistendo a un tentativo di riavvicinare industria civile e difesa. Negli USA la spinta è strategica e legata alla sicurezza nazionale; in Europa è anche una risposta alla crisi dell’automotive. Ma in entrambi i casi, la riconversione appare parziale e complessa.
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