In un futuro forse non troppo lontano, a dirigere l’orchestra di Sanremo potrebbe esserci un algoritmo. E pure i musicisti rischieranno di ritrovarsi sostituiti da dispositivi hi-tech programmati per poter suonare qualsiasi strumento. Lo scenario non è poi così fantascientifico come sembra: già oggi, infatti, la sinfonia della creatività umana deve fare i conti con un nuovo e abilissimo compositore: l’intelligenza artificiale. Il cambiamento è sonoro, sotto tutti i punti di vista, dal momento che il novello “Mozart digitale” sta sovvertendo gli equilibri economici e culturali dell’industria musicale globale.
Secondo la International Confederation of Societies of Authors and Composers (CISAC), entro il 2028 i ricavi dei creatori musicali potrebbero calare fino a circa il 24–25 %, con un impatto cumulativo stimato di oltre 10 miliardi di euro di mancati guadagni solo nel settore musicale. Questo dato, che alcuni calcoli associati alla stessa ricerca portano fino a 22 miliardi di perdita potenziale di diritti d’autore a livello complessivo tra musica e audiovisivo, non è una proiezione astratta, ma una valutazione economica concreta del peso crescente della musica generata dagli algoritmi.
E mentre il mercato tradizionale dei supporti fisici langue e lo streaming domina con oltre 20 miliardi di dollari di ricavi globali, l’ombra dell’IA si allunga anche sui numeri che sino all’altro facevano gongolare il settore.
Il fenomeno rivoluzionario peraltro non è confinato ai laboratori della Silicon Valley: l’Europa segnala la crescita dell’IA musicale nei dati delle piattaforme digitali, con decine di migliaia di brani generati ogni giorno e una quota sempre più significativa degli upload complessivi. Alcune analisi indipendenti registrano fino a 18–39 % dei caricamenti quotidiani sulle principali piattaforme musicali provenienti da musica completamente generata da IA.
E non sono produzioni di bassa lega: sistemi come Suno e Udio – due delle piattaforme di generazione di brani più citate nell’industria – permettono a un utente di immettere una semplice descrizione testuale e ottenere in pochi secondi un brano con strofe, ritornello, struttura armonica e perfino voce sintetica. Aziende come Suno oggi valgono oltre 2,4 miliardi di dollari di capitalizzazione privata, generano centinaia di milioni in ricavi da abbonamenti e si trovano al centro di accordi commerciali con major discografiche.
La procedura di creazione di un brano “da zero” può avvenire in una manciata di clic: inserendo un prompt testuale in un generatore, si possono ottenere più versioni di una canzone completa in pochi secondi, con arrangiamenti orchestrali, synth moderni e persino voci sintetiche. AIVA, un altro sistema ad alto livello, viene utilizzato per creare colonne sonore cinematografiche, tracce orchestrali complesse e brani di ambientazione. Tutte attività che tradizionalmente richiedevano team di compositori e lunghe sessioni di prove in sala di registrazione. Ora l’algoritmo abbatte tempi e costi, togliendo però di mezzo anche il fattore umano.
La crescente presenza di tracce IA ha però sollevato anche problemi di frode e manipolazione delle royalty: su alcune piattaforme come Deezer fino al 70 % delle riproduzioni attribuite a brani generati da IA risulterebbero fraudolente, ottenute tramite bot che ascoltano ripetutamente i brani per generare pagamenti automatici di royalties.
E qui sta il paradosso: mentre l’IA produce miliardi di brani, la ricchezza che ne deriva sembra confluire sempre più verso piattaforme tecnologiche e distributori, e sempre meno nelle tasche di chi ha fatto della musica una professione ad alti livelli. Proprio per questo, organismi internazionali come l’Unesco sottolineano che il modello attuale rischia di erodere la diversità culturale e i diritti di proprietà intellettuale dei creatori, chiedendo regole chiare sul training dei modelli e sul riconoscimento degli autori. Con la tecnologia sta cambiando la musica: ma se l’orchestra e il palco restano vuoti, le note sono amare.
© Riproduzione riservata