Tante aspettative ma pochi risultati, il cambio di passo promesso dal Libeation Day che avrebbe dovuto compattare l’Europa sembra un ricordo remoto al cospetto dell’attuale situazione internazionale. Questo è ciò che emerge dalla seconda edizione dello Boston Consulting Group European Competitiveness Barometer, un’indagine che ha coinvolto 850 top manager e 6.400 cittadini nei principali Paesi dell’Unione, Italia compresa. Il dato più eloquente è il senso di urgenza condiviso: il 96% dei leader d’impresa e l’85% dei cittadini ritengono necessario rafforzare la tutela degli interessi commerciali europei.
Prima c’è stato l’immobilismo, in attesa delle conseguenze dei dazi, ma alla fine tutto si è risolto nella solita immobilità e tendenza al rinvio del Vecchio Continente. Il rischio per le dirigenze aziendali è che lo stallo prolungato si traduca in una perdita di valore nel medio periodo. Per il 94% del business e l’81% dei cittadini l’Europa deve abbandonare un atteggiamento giudicato troppo ingenuo e rafforzare la propria coesione non solo come mercato di consumo, ma come spazio di produzione e investimento.
Il 40% dei manager e il 36% dei cittadini indicano come necessaria una revisione completa dell’Unione, pur riconoscendone la complessità. Una quota analoga sottolinea quanto un simile processo sarebbe difficile da realizzare, segno di una tensione tra ambizione riformatrice e realismo politico.
Tra le proposte operative emerge l’idea di un nucleo di Campioni Europei: per l’87% dei leader servirebbe un gruppo di Paesi più allineati, dotato di maggiore capacità decisionale, per accelerare le scelte strategiche e superare le lentezze istituzionali. Un’Europa a geometria variabile, più pragmatica e orientata ai risultati. Le leve individuate sono in larga parte strutturali: riduzione del carico fiscale, maggiore flessibilità del mercato del lavoro, semplificazione regolatoria, concorrenza equilibrata e contenimento della spesa pubblica. Oltre l’80% degli intervistati le considera priorità imprescindibili.
L’86% dei leader chiede incentivi fiscali mirati per sostenere investimenti ad alto rischio in ricerca e sviluppo; l’82% auspica la creazione di una DARPA europea sul modello della Defense Advanced Research Projects Agency statunitense, capace di promuovere innovazioni con ricadute anche civili.
Il secondo fronte è l’energia. L’89% degli intervistati sollecita un mix decarbonizzato, considerato ormai infrastruttura critica per competitività e sicurezza. L’87% indica come prioritaria la realizzazione di una European Grid per sostenere l’elettrificazione industriale e ridurre il divario di costi rispetto a Stati Uniti e Cina.
Un altro problema è rappresentato dalla frammentazione finanziaria, che secondo l’84% dei leader, accresce la dipendenza da capitali extra-Ue. L’88% chiede un rafforzamento dell’ecosistema di venture capital e un’armonizzazione delle regole bancarie.
La difesa è il quarto pilastro. Per l’83% dei manager rappresenta il nuovo “acciaio” europeo, sempre più intrecciato con space economy e tecnologie avanzate. L’85% invoca una cooperazione più stretta, non solo per ragioni di sicurezza ma come leva di sviluppo industriale.
Le priorità convergono anche nella sovranità delle supply chain, al punto che l’88% degli intervistati ritiene urgente ridurre le dipendenze esterne nei settori strategici; l’85% chiede di rafforzare i comparti critici delle filiere. La concentrazione produttiva in poche aree del mondo e le restrizioni all’export espongono l’industria europea a vulnerabilità strutturali.
Sul piano del sentiment, la fiducia dei leader europei nella competitività futura si attesta al 67%, in calo rispetto all’80% registrato al Liberation Day, ma ancora su livelli significativi. L’Italia si distingue con un 81% di fiducia tra i manager, in controtendenza rispetto a Germania e Francia. La spinta verso una maggiore integrazione resta comunque trasversale. In Italia il 69% dei manager e il 67% dei cittadini indicano “more Europe” come leva per rafforzare la competitività; in Germania le percentuali sono rispettivamente 72% e 62%, in Francia 56% e 53%.
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