Prima del conflitto 20 milioni di barili al giorno fra petrolio e prodotti raffinati transitavano dagli stretti di Hormuz. Ci sono poi da aggiungere i circa 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto che vengono esportati dal Qatar. Il flusso di idrocarburi si è completamente interrotto all’inizio delle ostilità e non è dato sapere quanto durerà lo stop. Massimo Lombardini, senior associate research fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) racconta cosa può accadere ai flussi energetici e cosa deve fare l’Italia per il futuro.
Questo conflitto cosa rappresenta per l’energia mondiale?
«Questo blocco rappresenta la maggiore distruzione di forniture energetiche dei tempo moderni. Per comparazione nel primo shock petrolifero del 1973, in occasione della guerra del Kippur, l’embargo petrolifero decretato dai paesi arabi membri dell’Opec impattò meno del 10% della produzione mondiale di greggio. Un’interruzione prolungata del transito avrebbe effetti devastanti sui prezzi dell’energia e sull’economia mondiale».
Quanto è realistico che le rotte alternative al Golfo possano compensare l’eventuale blocco del traffico petrolifero?
«Esistono attualmente due oledotti che permettono di bypassare gli Stretti di Hormuz. L’oledotto Est-Ovest in Arabia Saudita collega la zona di produzione di Abqaiq con Yambu nel Mar Rosso. Ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno che è stata ampliata a 7 milioni. Un secondo oledotto con una capacità 1,8 milioni di barili al giorno collega gli Emirati Arabi Uniti con Fujairah sul Golfo di Oman bypassando gli stretti. I due oleodotti venivano già utilizzati prima del conflitto e si stima che abbiamo la capacità di esportare una quantità addizionale di circa 2,6 milioni di barili al giorno. Tale ammontare rimane quindi molto distante dai volume trasportati prima del blocco».
Vede qualche altra alternativa sensata?
«Una piccola mitigazione della distruzione degli approvvigionamenti potrebbe venire da incrementi di produzione da altre aree geografiche come ad esempio il Venezuela o lo shale oil americano. Tuttavia tali incrementi rimarrebbero estremamente limitati e non di immediata realizzazione. La produzione da campi petroliferi non è un “plug and play” e richiede tempi lunghi e investimenti considerevoli».
Quali Paesi sarebbero i principali vincitori energetici di una crisi prolungata nel Golfo Persico?
«I Paesi produttori e la cui produzione non transita dagli stretti come ad esempio Russia, Kazakistan, Stati Uniti e Canada».

Mosca brinda?
«L’impennata dei prezzi del petrolio rappresenta in effetti una boccata di ossigeno per la Russia che prima del conflitto era costretta a vendere il suo greggio a prezzi di saldo con sconti di più di 20 dollari al barile rispetto ad altri greggi. L’impennata dei prezzi consente alla Russia di ricominciare a guadagnare dall’export del suo petrolio».
Anche gli Usa sono in posizione di forza?
«Per quanto riguarda gli Stati Uniti se da un lato i produttori americani beneficeranno da prezzi più alti, da un altro lato tali prezzi si ripercuoteranno immediatamente sul prezzo alla pompa della gasoline. L’ultima cosa che un presidente americano vuole sono prezzi alla pompa troppo alti. Un detto del Paese dice che quando la gasoline passa i 4 dollari al gallone l’inquilino della Casa Bianca deve cominciare a preoccuparsi».
La guerra ridefinisce i rapporti di forza dentro Opec+?
«Sicuramente i Paesi dell’Opec+, come Russia, Kazakistan e Azerbaijan il cui export petrolifero non transita dagli stretti di Hormuz non potranno che avvantaggiarsi da un blocco prolungato degli stretti stessi. L’Arabia Saudita e gli altri Paesi produttori del Golfo ne saranno danneggiati tanto più, quanto più lungo sarà il blocco».
I prezzi del petrolio dopo lo shock petrolifero del 1973 quadruplicarono, non siamo ancora a questo punto, perché?
«Nel 1973 più della metà del nostro mix energetico era fornito dal petrolio, ma questa percentuale si è attualmente ridotta a circa un terzo. Inoltre, durante il primo shock petrolifero non avevamo a disposizione le scorte petrolifere strategiche che rappresentano una specie di assicurazione. Già usate nel 2011 (Primavere arabe) e nel 2022, l’11 marzo i 32 paesi che fanno parte dell’Aie hanno rilasciato 400 milioni di barili, più del doppio dei 182 milioni di barili rilasciati nel 2022 in seguito all’invasione russa in ucraina.
Pensavamo che il mondo fosse ormai meno dipendente dalle fonti fossili, però questa nuova crisi rimette gas e petrolio al centro.
«Il petrolio e il gas naturale forniscono circa il 60% del nostro mix energetico e la crisi attuale è un ennesimo campanello di allarme che ci ricorda la loro importanza strategica. L’Italia che negli anni Ottanta produceva quasi 20 miliardi di metri cubi all’anno di gas ha visto la sua produzione ridursi a poco più di 3 miliardi nel 2025, in seguito a una decisamente poco lungimirante politica no-trivelle».
Auspica una retromarcia?
«Sarebbe opportuno riconsiderare quanto prima politiche no-trivelle e cercare di sfruttare, naturalmente nel pieno rispetto delle normative ambientali, le nostre risorse domestiche, riducendo la nostra dipendenza da fornitori terzi. L’Italia importa attualmente più del 90% degli idrocarburi (gas e petrolio) necessari alla nostra economia, uno sfruttamento delle risorse italiane avrebbe benefici, per la nostra bilancia dei pagamenti, per la nostra sicurezza energetica e anche per l’ambiente. Il metano italiano (un prodotto a chilometro zero) ha indubbiamente impatti ambientali ridotti rispetto ad altri metani provenienti da zone più remote con costi di trasporto e emissioni molto più elevate».
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