Dopo un periodo di protagonismo assoluto, Unicredit sta lavorando a fari spenti. L’anno scorso lo ha visto protagonista nel doppio tentativo di scalata al Banco Bpm e a Commerzbank; ora il ceo Andrea Orcel vorrebbe dare a intendere che ha deciso di cambiare strategia. Niente affondi a sorpresa, ma un lento lavorio diplomatico con i vertici politici dei Paesi dove intende espandere la propria presenza. L’obiettivo promesso agli azionisti, con il nuovo piano Unicredit Unlimited presentato a febbraio, è arrivare a distribuire 50 miliardi di euro di dividendi nei prossimi cinque anni. Il banchiere più pagato d’Italia non è certo uno da target conservativi e così è improbabile che abbia davvero rinunciato ai piani di M&A (fusioni e acquisizioni) come motore di creazione di valore per i soci dell’istituto. I numeri stanno lì a testimoniarlo: la tedesca Commerzbank, di cui Unicredit detiene circa il 29% del capitale, e la greca Alpha Bank (di cui ha il 29,8%), hanno fatto la parte del leone dei circa 980 milioni di euro di ricavi da partecipazioni nel 2025.
Il ministro
Sono partecipazioni di una taglia tale da garantire in assemblea degli azionisti un potere di vita o di morte su qualsiasi decisione strategica. Si tratta però di due storie diverse tra loro: se in Grecia, un mercato risanato e in grande ripresa dopo un lungo periodo buio, il primo ministro Kyriakos Mitsotakis è andato di persona a stendere il tappeto rosso a Orcel durante la sua visita ad Atene, in Germania il governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz e dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil si è sempre scagliato contro l’iniziativa dell’italiana Unicredit (che nel Paese è peraltro già proprietaria di Hvb), ritenuta ostile e quindi da bloccare. Tuttavia, proprio Klingbeil, il ministro di riferimento, alcune settimane fa – pur ribadendo che il governo sosterrà l’indipendenza di Commerz – ha ridotto di qualche decibel le roteste contro l’istituto italiano.
«Quello che abbiamo visto da parte di Unicredit nei confronti di Francoforte è stato poco amichevole – ha detto Klingbeil – Si tratta delle modalità e dell’approccio. Ed è per questo che il precedente governo ha respinto l’operazione». Si tratta di dichiarazioni che hanno in verità un messaggio implicito piuttosto chiaro: se il percorso fosse concordato (quindi non un’Opa ostile), allora il governo federale, che finalmente si è deciso a sposare con più decisione l’idea di una Unione bancaria europea, non avrebbe da eccepire.
Si potrebbe obiettare che si tratta di semplici sfumature e che non c’è nulla di veramente nuovo rispetto alle barricate del passato. In verità il timing non è casuale: segue il Business Forum italo-tedesco di Roma di gennaio, dove Giorgia Meloni e Friedrich Merz hanno avuto molto da dirsi, oltre al faccia a faccia di febbraio nel pre-vertice sulla competitività.
Berlino e Roma, vicine politicamente e con una visione simile dell’Europa, sono allineate su molti dossier. Merz si è sganciato dal progetto di costruzione del super caccia con Francia e Spagna per partecipare al progetto italiano insieme con Giappone e Gran Bretagna; sul piano militare Leonardo lavora a stretto contatto con Rheinmetall per la produzione di carri armati e mezzi corazzati per l’esercito italiano. Ed è indubbio che le due economie, le prime due manifatture d’Europa, siano intrecciate da relazioni economiche profonde: basti pensare che l’interscambio commerciale tra Italia e Germania, nel 2024, ha raggiunto i 156 miliardi, confermando Berlino come primo partner commerciale di Roma e una delle relazioni industriali più integrate d’Europa.
Se questo è un dato di fatto, perché allora non procedere anche a un’alleanza bancaria di vasta scala come quella tra Unicredit (la seconda banca italiana per attivi) e Commerzbank (seconda banca tedesca), che potrebbe dare forte impulso a un sodalizio industriale che, sotto l’intesa Merz-Meloni, potrebbe sbocciare nei prossimi anni? Ecco perché, allora, la retorica di Klingbeil si è ammorbidita. Non si tratta più di un no categorico, ma piuttosto di un «sediamoci e parliamo». Fermo restando che Berlino ha bisogno, per una questione politica, di trovare una soluzione che possa essere venduta come di reciproca soddisfazione: si capisce che non può permettersi che eventuali nozze vengano lette come una conquista italiana in terra teutonica.
C’è poi almeno un’altra questione da affrontare per il governo tedesco: un sistema bancario meno solido e strutturato rispetto a quello dei vicini Francia e Italia. La stessa Commerz, con 33 miliardi di capitalizzazione di mercato, è di gran lunga più piccola dei 98,5 miliardi di Unicredit (dati del 12 marzo). La stessa ceo dell’istituto di Francoforte, Bettina Orlopp, è impegnata in una difficile opera di rivalutazione del titolo, che rappresenta il più forte argine possibile a un eventuale colpo di mano del rivale-azionista Orcel.
Gli analisti
Il fatto è che ormai l’istituto, che si trascina per problemi precedenti, è arrivato alla corda: tant’è che il rialzo delle previsioni sull’utile 2026 rilasciate a febbraio (ai 3,2 miliardi indicati nel piano) è stato accolto piuttosto freddamente dal mercato. Gli stessi analisti sono dubbiosi sulla performance di Commerz, con Barclays a sostenere che «manca un catalizzatore per una ulteriore rivalutazione» del titolo e quindi che il «potenziale di rialzo è limitato», anche in considerazione del fatto che «rispetto alla media delle banche europee, Commerz viene scambiata a premio».
Kbw, invece, sottolinea come «permangano diverse preoccupazioni». Le capacità di Francoforte di «assorbire perdite su crediti sono limitate»: il motivo alla base è che le riserve di capitale sarebbero minime e «ci sono domande aperte riguardo al potenziale utilizzo di capitale in eccesso». Inoltre, «l’aumento della leva finanziaria della banca genera ulteriore cautela».
In tutto questo, Bank of America sostiene che l’istituto «potrebbe comunicare ulteriori investimenti o spese di ristrutturazione», necessità che emerge per continuare a sostenere la crescita della redditività e centrare gli obiettivi ambiziosi del piano. Per questo e altri motivi, quindi, riannodare il filo del discorso con Unicredit potrebbe presto rivelarsi molto attraente.
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