Il rischio del ritorno alla foresta pietrificata non è mai stato così concreto. Dopo un 2025 scoppiettante per il risiko bancario italiano, questo 2026 sembra essere ripiombato nella stasi che ha segnato il sistema bancario del nostro Paese per lunghi anni. Ma è una situazione destinata, prima o poi, a rompersi. Difficile pronosticare quando, ma ci sono solidi argomenti per rispondere in modo affermativo. Prima, però, conviene fare un passo indietro e partire dallo scenario attuale.
Una situazione che ha descritto molto bene l’amministratore delegato di Unicredit Andrea Orcel – che lo scorso mercoledì 18 marzo ha parlato da Londra, alla conferenza di Morgan Stanley – nell’evidenziare come i tre gruppi bancari predisposti naturalmente per un matrimonio (Mps, Banco Bpm e Bper che potrebbero aggregarsi tra loro o con la sua banca), al momento non sembrino interessati a negoziare. I tre istituti – che hanno attivi intorno a 200 miliardi – presentano una caratteristica comune: la presenza di uno o più azionisti di riferimento a presidio dell’indipendenza. Ciò rende impossibili, o quasi, colpi di mano ostili: per intenderci, la strada per una riedizione dell’Ops di Unicredit su Banco Bpm pare oggi completamente sbarrata.
Al contrario, tutto deve passare da un accordo con chi esercita un controllo di fatto: interlocutori che inevitabilmente avanzerebbero richieste molto esose, fuori da un contesto di mercato, e proprio per questo non è semplice trovare una quadra che soddisfi tutti. Se si parla di Banco Bpm, l’interlocutore ineludibile è il gruppo francese Crédit Agricole, che possiede il 20,1% del capitale, con l’ok della Bce già in mano per salire fino alla soglia del 30%. In questo caso, la grande necessità della Banque Verte è disporre di un’ampia rete attraverso cui collocare i fondi di Amundi in Italia dopo la fine, ormai segnata, dell’accordo di distribuzione con Unicredit, prevista per il 2027: chiunque voglia proporre un’operazione dovrà necessariamente tenere conto di questa esigenza in vista di un eventuale accordo.
Un discorso simile si potrebbe fare per Unipol, guidata dal presidente Carlo Cimbri: la compagnia assicurativa controlla circa il 20% di Bper, mentre la stessa Bper ha blindato un 10% del capitale per proteggersi da scalate ostili. Una situazione chiusa a doppia mandata, peraltro, anche dal 7,4% in mano alla Fondazione Sardegna. Qualsiasi attore voglia unirsi in matrimonio con Bper – che ha da poco inglobato la Popolare di Sondrio – dovrà quindi bussare prima di tutto alla porta di Unipol, un gruppo assicurativo che difficilmente immolerebbe un suo importante canale distributivo per le polizze, senza avere davanti una prospettiva rassicurante di incremento dei ricavi da commissione e di rafforzamento della propria posizione.
Ancora più ingarbugliata, infine, la situazione di Mps: Siena il mese prossimo avrà un nuovo amministratore delegato, dopo l’uscita di scena di Luigi Lovaglio, ed è impegnata in un’integrazione con Mediobanca che si preannuncia soddisfacente, ma anche impegnativa. Ci sono poi due grandi soci privati con cui fare i conti: la Delfin della famiglia Del Vecchio con il 17,5% e il gruppo Caltagirone con il 10,2%. E poi c’è pur sempre il ministero dell’Economia con il 4,8%: è vero che lo Stato si è chiamato fuori dall’elezione dei vertici e vuole ricoprire il ruolo di azionista silente, ma è chiaro che, in caso di fusione con un altro istituto, rimarrebbe vigile sia sulle questioni del risparmio nazionale sia sui riflessi occupazionali. Lo si è già visto con le stringenti prescrizioni di golden power legate alla prospettiva di un matrimonio tra Unicredit e Banco Bpm. Anche in questo caso, dunque, bisognerebbe trovare una quadra con tutti, tenendo presente che Mediobanca custodisce nel suo scrigno il 13,2% di Generali, il pezzo pregiato del gruppo Mps. Qualsiasi intesa, perciò, dovrebbe riguardare anche il futuro di quei 900 miliardi di patrimonio in gestione dalla compagnia di Trieste, un asset strategico non solo per chi amministra il principale gruppo assicurativo italiana, ma per l’intero sistema Paese.

Ne emerge un quadro di difficile ricomposizione, ma che sembra destinato, prima o poi, a rimettersi in movimento. Il contesto internazionale, in tal senso, sta esercitando una pressione crescente: in Europa, sotto l’incalzare delle crisi geopolitiche a catena e del declino industriale, stanno venendo meno prese di posizione ideologiche che per anni sono parse intoccabili. Per esempio, la Germania – che ha un sistema bancario fragile, nel quale gran parte delle banche regionali non ha una taglia sufficiente per essere vigilata direttamente dalla Bce – sembra essersi convinta ad appoggiare l’unione bancaria e quella del mercato dei capitali. Nel frattempo Bruxelles sta spingendo per favorire le fusioni transfrontaliere tra istituti di credito, con l’obiettivo di creare campioni europei. Intende farlo anche a livello normativo, restringendo il campo di utilizzo dei poteri di golden power, sui quali peraltro è in corso un’interlocuzione con il governo italiano in merito all’utilizzo dei poteri speciali nel caso Unicredit-Banco Bpm.
Ma di là dei desideri della Commissione europea, il tema di costruire grandi gruppi bancari europei in grado di contrapporsi a quelli americani e cinesi si pone in modo sempre più urgente. In un mondo che si organizza in grandi blocchi continentali, la scala diventa fondamentale per continuare a sostenere lo sviluppo dell’economia e per evitare un declino progressivo, che ha già mostrato i suoi effetti in comparti cruciali come l’automotive. Qui un agglomerato di politiche economiche continentali poco pragmatiche, quando non apertamente ideologiche, e la tartufesca concorrenza del colosso cinese, hanno contribuito alla chiusura di fabbriche e alla perdita di quote di mercato decisive.
Per queste ragioni, il risiko bancario potrebbe presto tornare a muoversi. E questa volta, forse, con una forza maggiore di quanto oggi si immagini.
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