Il risiko europeo delle banche sta entrando in una fase cruciale. È un processo che procede lungo due binari distinti. Da una parte ci sono le operazioni apparentemente più agevoli, costruite attraverso accordi amichevoli e convergenze strategiche. Dall’altra, si muovono le battaglie di attrito, con governi forti che temono contraccolpi politici e industriali nel consentire aggregazioni transfrontaliere con istituti stranieri.
Partendo da questa seconda categoria, il caso più noto è il tentativo di scalata dell’italiana Unicredit sulla tedesca Commerzbank. Il governo di Berlino continua a opporsi all’avanzata dello specialista delle acquisizioni Andrea Orcel, che ha costruito una strategia da vero investment banker sfruttando i margini lasciati da un sistema in cui il governo federale non dispone di strumenti di golden power paragonabili a quelli presenti in Paesi come Italia, Francia e Spagna. Orcel, che tra partecipazione effettiva e derivati ha ormai superato il 40% dell’istituto, sembra però aver aperto un varco nella corazza tedesca. La ceo di Commerzbank, Bettina Orlopp, ha infatti annunciato la disponibilità ad aprire una trattativa, purché gli italiani mettano sul tavolo un premio cash per gli azionisti e siano disposti a ridiscutere il piano industriale presentato da Unicredit.
Un’intesa potrebbe determinare anche un cambio di posizione del governo federale. Come tutti gli esecutivi, anche Berlino ha bisogno di poter rivendicare di aver inciso in maniera vantaggiosa sull’esito di un’eventuale fusione e di averne indirizzato i termini. Sono tessere di un puzzle che devono combaciare. Anche perché altre operazioni, come quella tra le spagnole Bbva e Banco Sabadell oppure tra Unicredit e Banco Bpm in Italia, dimostrano che procedere contro la volontà dei governi – al di là del tema del Golden Power – non ha portato fortuna agli scalatori che alla fine hanno dovuto accantonare le loro ambizioni.
Esiste infatti una questione più profonda che la politica considera prioritaria. Va bene creare campioni europei, come auspicato dalla Banca centrale europea e dalla Commissione Ue, ma si sta facendo strada un timore non del tutto infondato: quello che istituti troppo grandi possano allontanarsi dai territori, riducendo il sostegno finanziario alle economie locali proprio in una fase delicata per le imprese segnata da choc geopolitici a catena e grande necessità di investimenti.
Il caso Bpm
Non a caso il Golden Power applicato all’operazione Unicredit-Bpm includeva tra le prescrizioni il mantenimento di un determinato rapporto tra depositi e prestiti, proprio per evitare la stretta sul credito che avrebbe potuto verificarsi con la concentrazione di due banche con politiche diverse sul credito. Lo stesso ragionamento è emerso nel dossier Bbva-Sabadell, dove Madrid temeva una perdita di coesione territoriale e un minore accesso ai finanziamenti.
È una componente centrale anche nel caso Unicredit-Commerzbank. Un sondaggio condotto da Faz Business Media tra 240 responsabili finanziari di aziende tedesche rileva infatti che il 71% degli intervistati valuta negativamente l’operazione. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la possibile perdita di una banca di riferimento per il tessuto delle piccole e medie imprese tedesche, con la possibile riduzione delle linee di credito e una maggiore concentrazione del rischio. Si tratta degli stessi stakeholder che dialogano più da vicino con il governo e che l’entourage del ministro delle Finanze Lars Klingbeil e il cancelliere Friedrich Merz ascoltano con attenzione. Che siano timori giustificati o no, non è possibile dirlo prima. Ma resta il fatto che queste preoccupazioni sono molto presenti nei territori e nel tessuto produttivo tedesco e chi vuole muoversi nel risiko deve tenerne conto, rassicurando il più possibile i territori.
In questo scenario, però, c’è anche chi sta seguendo strade diverse per espandersi in Europa. Il gruppo bancario francese Bpce ha chiuso l’acquisizione da 6,7 miliardi di euro di Novo Banco in Portogallo senza incontrare particolari resistenze. La stessa Unicredit ha costruito una partnership strategica con la greca Alpha Bank e ormai ne controlla quasi il 30%, venendo accolta con favore dal governo di Atene a tal punto che Orcel è stato accolto dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis in persona. Sia il Portogallo sia la Grecia stanno vivendo una fase di rinnovata fiducia da parte dei mercati dopo lunghi e dolorosi percorsi di risanamento finanziario. Per questi Paesi, l’arrivo di grandi gruppi stranieri rappresenta una sorta di certificazione della ritrovata solidità e dell’aumentata attrattività nei confronti degli investitori internazionali.

La terza via
Esiste poi una terza via dell’espansione europea, che sembra essere quella scelta da Intesa Sanpaolo. Il gruppo guidato da Carlo Messina sta trattando un’operazione da circa 300 milioni di euro con la spagnola Singular Bank, specializzata nel private banking e nella gestione patrimoniale. Operazioni solo apparentemente minori, ma che se non rimanessero isolate nel lungo periodo potrebbero trasformarsi in un modello di espansione transfrontaliera più sostenibile. Hanno infatti il vantaggio di non risvegliare le pulsioni sovraniste dei governi e di non generare le stesse paure suscitate dagli assalti a banche storiche con marchi fortemente radicati sul territorio.
La prova arriva ancora una volta dalla Germania, dove il gruppo francese Crédit Mutuel ha completato senza particolari ostacoli l’acquisizione della tedesca Oldenburgische Landesbank. In fondo, una sorta di caso Commerzbank-Unicredit in miniatura, ma senza le resistenze politiche e governative che accompagnano le grandi operazioni simboliche del risiko europeo.
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