Se si decide di decimare la produzione, lasciando a casa il 40% dei dipendenti in un colpo solo (1.700 su 4.400) ci si imagina una crisi da profondo rosso. Con milioni di perdite nei bilanci, fatturati a picco e situazione finanziaria al limite del collasso. Non è così per l’attività di Electrolux in Italia, che ha appena annunciato un piano di ristrutturazione lacrime e sangue con la chiusura degli impianti di Cerreto d’Esi nelle Marche e appunto pesanti tagli all’occupazione e alla produzione.
In Italia l’ultimo resoconto contabile di Electrolux che risale al 2024 parla di 11 milioni di utili su un fatturato di 1,1 miliardi di euro. Non sarà una pioggia di profitti, ma di sicuro gli impianti non lavorano in perdita. Certo gli utili stanno vivendo una fase di decelerazione: nel 2023 i profitti realizzati dal ramo italiano della multinazionale svedese del bianco furono 31 milioni e nel 2022 il monte utili era arrivato a 45 milioni. Non si ha contezza dell’andamento dei conti 2025, che però a livello globale hanno visto un forte recupero della profittabilità del gruppo. Con l’intera Europa a tenere botta alla congiuntura internazionale.
Va detto che per l’Italia è in atto una compressione della redditività netta con fatturati tutto sommato stabili poco sopra il miliardo, che però da soli non sono da allarme rosso e non giustificherebbero il dimezzamento futuro delle attività nel nostro Paese. Che l’industria del bianco a livello globale non viva anni d’oro è da tempo fuor di dubbio. Pesano gli alti costi in Europa – in Italia più che altrove – delle materie prime e dell’energia, a partire dalla fiammata inflazionistica dalla guerra Ucraina-Russia per arrivare alla guerra contro l’Iran. Condizioni esterne difficili cui si aggiunge la fortissima concorrenza sui prezzi dei prodotti made in China, soprattutto nella fascia media.
Del resto, basta guardare più che all’Italia, oggi designata come il malato del gruppo, all’andamento dei conti del colosso degli elettrodomestici che a partire dal 2022 ha vissuto una grave crisi. Da quell’anno e per tutto il 2024 il gruppo ha cumulato tre anni consecutivi in perdita per 7,9 miliardi di corone svedesi (720 milioni di euro) su ricavi fermi a poco più di 130 miliardi di corone (poco più di 12 miliardi di euro).
L’aumento sia dei costi dell’acciaio che dell’energia si sono mangiati del tutto i ricavi che non crescono strutturalmente per la debolezza della domanda. Ma nel 2025 si è verificata la svolta. A livello di gruppo, gli utili sono tornati a quota 878 milioni di corone svedesi. E se è vero che il primo trimestre 2026 ha visto ricomparire il rosso di bilancio, le stime di consenso del mercato ipotizzano un 2026 ancora in utile. Viene però il dubbio che se oggi tocca all’Italia, dopo che Electrolux ha chiuso gli impianti in Ungheria, c’è da chiedersi se il bubbone della crisi non sia proprio l’attività nel nostro Paese.
Qualche dubbio però viene, dato che si scopre che il vero grande malato del gruppo di Stoccolma più che l’Italia e in genere l’Europa sono gli Stati Uniti, o meglio, soprattutto nella parte Nord. È in particolare in quell’area e pure in Canada che Electrolux soffre maggiormente. Mentre il mercato europeo ed asiatico, cui si aggiunge il Brasile, sta tenendo bene e sono ormai due anni che sforna margini operativi positivi, saliti a fine 2025 al 6,3% del totale ricavi dell’area, pari per l’intero anno a 57 miliardi di corone. Quanto a Stati Uniti e Canada, nel 2025 la perdita operativa è stata di 567 milioni di corone e nel 2024 ancora più profonda con un rosso di 1,77 miliardi di corone.
Così spacchettate le attività a livello geografico, meglio si comprende dove sono le aree produttive e commerciali che richiedono interventi. E non è un caso che lo scorso aprile il gigante di Stoccolma abbia annunciato una partnership strategica con i concorrenti cinesi di Midea Group, proprio sul mercato americano. Il confronto tra i due giganti mostra le differenze abissali tra i produttori cinesi e quelli occidentali.
Quando va bene, negli anni migliori, Electrolux produce un utile operativo che fatica a galleggiare attorno al 5% dei ricavi. Midea ad esempio – e in genere i grandi produttori asiatici – viaggiano con livelli abituali di margine operativo netto al 9% medio. Nel 2025 Midea ha prodotto utili operativi per 6,5 miliardi di dollari a fronte di 67 miliardi di ricavi. Tanto per dare un’idea del confronto, la casa svedese l’anno scorso ha realizzato ricavi per 13,9 miliardi di dollari e utili operativi per soli 316 milioni. Un abisso, in termini di confronto delle performance, che dice che oggi è praticamente impossibile competere con i cinesi sul fronte dei costi. Dunque, allo stato la battaglia è persa in partenza. A meno che uno non sposti le produzioni sull’alto di gamma, dove la concorrenza non è più sui costi: meno volumi di vendita ma a prezzi assai più elevati per una domanda su segmenti di mercato più ricchi.
L’impegno di Urso
Invece per ora si pensa alla solita vecchia ricetta, consunta ma tanto facile da mettere in cottura. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha dichiarato che farà di tutto per evitare i licenziamenti. Ma intanto un altro dossier caldo di crisi industriale è calato sul tavolo. Si vedrà se si potrà tamponare la crisi. La ricetta delle multinazionali tradizionali è sempre la stessa: si chiudono gli impianti, si taglia la produzione e si cacciano i dipendenti. Si chiede a gran voce l’intervento pubblico con solidarietà e cassa integrazione e si dice che così non si guadagna. Tanto vale non produrre.
Ma come si è visto, fino a tutto il 2024 le attività italiane non sono mai state una zavorra. Gli utili, seppure relativamente modesti, sono sempre arrivati. I debiti con le banche non esistono, dato che il ramo italiano è finanziato da Stoccolma che guadagna qualche milione di euro sul credito vantato nei confronti di Electrolux Italia. L’attività è in realtà finanziata, oltre che dalla casa madre, anche dai fornitori esposti per 380 milioni, così come dall’Inps dato che Electrolux Italia ha un debito con l’istituto di previdenza per 23 milioni. E, giusto per aggiungere una virgola sgradevole, gli utili prodotti in Italia non restano qui. Finiscono tutti a Stoccolma come dividendi: 90 milioni negli ultimi tre anni.
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