Una mossa preparata da tempo in una sorta di partita lunga fatta di posizionamento, controllo e visione. L’offerta di Poste su Telecom Italia è l’ultimo atto (per ora) della strategia del tandem Matteo Del Fante-Giuseppe Lasco, rispettivamente amministratore delegato e direttore generale, in una partita a scacchi che dura da anni e che ha raccolto l’eredità di Corrado Passera, al timone di Poste fino al 2002. Negli anni, la scacchiera su cui hanno lavorato fianco a fianco i due manager, i cui destini si sono incrociati per la prima volta a Terna, è stata riorganizzata con cura. Dalle lettere al cloud, il salto può sembrare mastodontico, ma è diventato realtà grazie a una serie di scelte strategiche. La nuova Postecom, un campione nazionale che avrà 150 mila dipendenti e 27 miliardi di fatturato, è infatti il frutto di una precisa “visione a due”.
Lettere
Da tempo la corrispondenza non era più il cuore del business, Del Fante e la sua squadra hanno capito quanto fosse necessario cambiare destinazione. Poste è diventata così un grande hub, dove non passavano più solo lettere, ma denaro, pacchi, servizi e dati. L’azienda ha poi rafforzato il proprio cuore finanziario come si fa con un motore nuovo dentro la carrozzeria di un’auto d’epoca. I servizi bancari, assicurativi e di pagamento sono diventati centrali e remunerativi, la spinta e-commerce ha aiutato i pacchi a prendere il posto delle lettere. La logistica è diventata una nuova freccia a disposizione di un variegato arco.
Come un ponte sospeso tra passato e futuro, Poste ha iniziato poi a collegare i suoi uffici fisici con app, piattaforme e servizi online. Gli sportelli non sono scomparsi, ma si sono evoluti a tal punto che oggi Poste è quella rete di cui Telecom non sentirà la mancanza. L’affondo è stato preparato con cura ed è stato proprio Lasco, in partnership con l’ad, a tessere la tela in modo costante con i francesi di Vivendi fino alla definizione del blitz che un anno fa ha portato Poste al 24,8% dell’ex incumbent.
Connettività
Ora con la presa sul 100%, il gruppo tlc porterà telecomunicazioni, connettività, flusso continuo di dati proiettando Poste anche verso le imprese e la Pa con tutta una serie di servizi tagliati su misura per il mondo corporate. Una parte rilevante dell’offerta che al gruppo mancava. Il nodo strategico non è solamente acquistare Tim, ma trasformare Poste. L’obiettivo è far evolvere il gruppo da prima rete distributiva del Paese a principale infrastruttura digitale d’Italia.
«Se l’operazione andrà in porto, non nascerà solo un gruppo più grande. Nascerà qualcosa di più ambizioso: un vero campione nazionale a controllo pubblico, costruito per presidiare la filiera digitale italiana da un capo all’altro», dice a Moneta Gabriel Debach, market analyst di eToro. «L’Opas – spiega – non è una normale operazione di mercato, ma un progetto industriale. L’obiettivo è portare sotto lo stesso perimetro connettività, cloud, dati, pagamenti, logistica, energia, distribuzione fisica e servizi digitali, creando una piattaforma infrastrutturale integrata che oggi non ha equivalenti in Italia, almeno sul piano del disegno strategico».
Modello Amazon
Una sorta di Amazon dei servizi finanziari e logistici dove imprese e cittadini possono trovare un ecosistema di offerta completo. Ma con una marcia in più legata alla territorialità. Il vero salto è infatti nella distribuzione. Il nuovo gruppo avrebbe la rete di contatto fisico più estesa d’Italia, un vantaggio competitivo che nessuna banca, operatore telecom o player digitale può replicare. Da una parte circa 17.000 punti diretti, tra uffici postali e negozi Tim. Dall’altra circa 49.000 punti terzi, che funzionano come una rete capillare per i servizi più semplici. «Questi punti diventano hub integrati. Luoghi in cui si gestisce tutto, dalla connettività alle bollette, dalla protezione al risparmio. Attivare una linea, cambiare fornitore di energia, sottoscrivere una polizza, gestire pagamenti, spedizioni o identità digitale diventa parte della stessa esperienza. È qui che l’operazione smette di essere teoria industriale e diventa macchina commerciale», spiega Debach. Oltre ai prodotti, la scala spiega ancora di più. Il gruppo si collocherebbe virtualmente al settimo posto tra i pesi massimi del Ftse Mib con una capitalizzazione pro forma di circa 39 miliardi di euro, che salirebbe fino a 44 includendo il valore delle sinergie. «Ma il dato davvero politico, prima ancora che industriale, è un altro: il controllo resterebbe saldamente pubblico, con oltre il 50% in mano a Mef e Cdp. Non è un dettaglio societario, è la chiave di lettura dell’intera operazione. Poste non compra solo Tim. Compra il diritto di stare al centro della trasformazione digitale del Paese. E soprattutto di controllarne l’infrastruttura», spiega l’analista.

Rete e servizi digitali di Tim si integrano con la macchina distributiva e finanziaria di Poste, supportate da asset infrastrutturali come data center, rete 4G/5G e oltre 1,1 milioni di km di fibra. Una leva importantissima che proietta “Postecom” al centro della sovranità digitale del Paese in un momento storico in cui la sovranità del dato è essenziale.
I tempi
Dal punto di vista dei tempi, il quarto mandato verso il quale si avvia Del Fante servirà per mettere a terra l’opera. Non da solo. Quel che è certo è che Lasco rimarrà in prima linea sul dossier telefonico, così come sul resto della strategia del colosso statale. D’altronde, la sintonia con Del Fante dura da oltre un decennio e l’affondo su Tim l’ha rafforzata. Circa il 50% delle sinergie di costo dovrebbe essere raggiunto già nel 2027, con il completamento nel 2028 le sinergie sui ricavi richiederanno più tempo (20-30% nel 2027, un ulteriore 20-30% nel 2028, il resto negli anni successivi) . Poste prevede che l’operazione avrà un impatto positivo sugli utili per azione (EPS) a partire dal 2027, con una crescita a doppia cifra dal 2028, grazie alle sinergie.
Nel medio termine, l’obiettivo è continuare a far crescere i dividendi, mantenendo però equilibrio finanziario e rating solido. Un elemento chiave sarà capire quanto Tim dovrà investire nei prossimi anni, perché questo influenzerà la capacità di distribuire utili. «Storicamente, la stabilità dei dividendi è stata uno dei punti di forza di Poste, e gli investitori si aspettano che res«ti tale», sottolinea Barclays in un report. Non rinnegare totalmente le proprie radici, in fondo, è sempre la base delle trasformazioni meglio riuscite.
Leggi anche:
Poste vuole tutta Tim, offerta pubblica da 10,8 miliardi
Poste, salgono a oltre 6.000 gli uffici dove chiedere il passaporto
© Riproduzione riservata