Piazza Affari perde pezzi. Ormai da anni è in atto un silenzioso ma incessante esodo che ha visto uscire dal listino milanese diverse blue chip storiche, da Atlantia ad Autogrill, passando per Saras ed Exor. Un depauperamento che nel solo 2025 è quantificabile in 2,4 miliardi di euro di capitalizzazione persa a causa dei delisting, a cui fa da contraltare un ancora più preoccupante zero alla casella delle nuove quotazioni sul listino principale di Borsa Italiana. Dall’ultimo Osservatorio sui Mercati dei Capitali realizzato da Equita emerge che la capitalizzazione complessiva del mercato azionario domestico continua ad essere fortemente concentrata sulle società a maggiore dimensione, con le prime dieci che rappresentano oltre la metà del valore complessivo del listino (55%); parallelamente continua la preoccupante riduzione del numero di intermediari attivi nella ricerca finanziaria e nel trading, con impatti negativi sulla liquidità delle quotate a più bassa capitalizzazione, che inevitabilmente perdono di visibilità.
ADDII ECCELLENTI
La fuga da Piazza Affari non ha un singolo minimo comun denominatore. C’è chi come Exor che ha deciso di voltare le spalle alla Borsa milanese emigrando ad Amsterdam per una serie di motivi (governance, flessibilità, accesso a capitale globale); chi invece come Tod’s ha preferito spegnere i riflettori della Borsa per concentrarsi su un orizzonte di lungo periodo e non dover più dare conto al mercato, trimestre dopo trimestre; infine, ci sono le uscite dalla Borsa dettate dalla volontà dei grandi fondi di dare una scossa non vedendo il mercato prezzare adeguatamente il valore di una società. Su questo solco si colloca la mossa di CVC di lanciare un’Opa finalizzata al delisting di Recordati, gruppo farmaceutico che mostra numeri in costante crescita (nel 2025 +11,8% i ricavi e +14,5% l’utile netto rettificato) accompagnati però da un andamento borsistico da elettrocardiogramma piatto su un orizzonte di cinque anni. «CVC vuole delistare Recordati perché nonostante sia presente nel Ftse Mib il titolo non viaggia a multipli adeguati – taglia corto Andrea Cartisano, formatore e consulente finanziario – e così è per tante società che non presentano una valutazione corretta, questo vale soprattutto le mid cap e quelle del segmento Star, ma anche tra gli esponenti presenti sul Ftse Mib».
In effetti ci sono diverse blue chip che soffrono di scarsa visibilità con la stragrande maggioranza degli scambi che si concentra esclusivamente sulle prime dieci società. «Su circa 400 società – prosegue l’esperto – oltre 300 probabilmente ad oggi sono pentite di essersi quotate proprio alla luce della concentrazione dei volumi su pochi titoli».
Non è solo Recordati ad avere le valigie pronte, o quasi, per un possibile delisting. Operazioni straordinarie stanno coinvolgendo big quali Tim, Iveco e Mediobanca con l’addio alla Borsa di alcune o tutte di queste storiche realtà che potrebbe materializzarsi nei prossimi trimestri. E in alcuni casi, come successo per la Popolare di Sondrio, se non è un delisting effettivo si è arrivato a un controllo preponderante da parte di Bper e quiindi un limitato flottante che ha implicato la fuoriuscita del titolo della banca valtellinese dal Ftse Mib (con il suo posto preso nelle scorse settimane da Avio).
IN PANCHINA
Da qui a fine anno la composizione del Ftse Mib potrebbe cambiare non poco. Senza dimenticare che anche in assenza di addii forzati, il fornitore di indici Ftse Russell prevede un potenziale ricambio ogni trimestre sulla base di alcuni criteri, a partire dalla capitalizzazione “free float” (ossia solo la parte di azioni realmente negoziabile sul mercato, non tutta la capitalizzazione). Altro parametro ugualmente importante è la liquidità del titolo, ossia deve vantare volumi di scambio sufficienti. Decisivo per la decisione finale di promuovere un titolo tra le big 40 c’è la cosiddetta “stabilità nel ranking”, vale a dire devono essere titoli che si collocano stabilmente tra le maggiori 30-35 società per capitalizzazione e liquidità, un criterio pensato per evitare modifiche troppo frequenti della composizione del Ftse Mib.
In ogni revisione Ftse Russell indica quattro riserve, ovvero titoli di elevata capitalizzazione e liquidità appena sotto la soglia di ingresso: queste fungono da “lista d’attesa” e possono subentrare rapidamente in caso di uscita di un componente, garantendo continuità e stabilità all’indice. All’ultima revisione di maggio i titoli in questione sono Interpump, Banca Generali, Pirelli e Reply.
NUOVO CHE AVANZA
A bussare con forza alle porte del Ftse Mib ci sono anche altri titoli, a partire da Technoprobe, che con le sue probe card, utilizzate per testare i semiconduttori durante la produzione dei chip, è diventato il titolo simbolo di Piazza Affari per chi vuole cavalcare l’onda dell’intelligenza artificiale e ad oggi capitalizza oltre 9 miliardi di euro, di gran lunga il maggior titolo tra quelli fuori dal listino principale e più grande di una quindicina di titoli che stazionano all’interno dell’indice Ftse Mib. «Vista l’elevatissima capitalizzazione raggiunta Technoprobe è a tutti gli effetti una papabile, anzi probabilmente la favorita per l’ingresso Ftse Mib – sottolinea Cartisano – ma va detto anche che è allo stesso tempo forse l’azienda più sopravvalutata di tutta Piazza Affari con il mercato che ad oggi gli assegna multipli da capogiro basandosi sulle prospettive molto elevate di crescita». Poi ci sono le varie Acea, Banca Generali e Pirelli che negli ultimi anni hanno fatto un po’ dentro e fuori dal Ftse Mib. David Pascucci, market analyst di XTB, nel podio delle possibili new entry mette nell’ordine Maire Tecnimont, Brembo e Technogym. «Maire Tecnimont fatturata quasi 7 miliardi e un utile di circa 260 milioni – indica Pascucci – numeri ottimi soprattutto se messi a confronto con la capitalizzazione (poco più di 4 miliardi), la performance degli scorsi anni e il trend di crescita del 15% medio annuo del fatturato negli ultimi anni».
Brembo invece ha un fatturato poco sotto i 4 miliardi annui con un utile che oscilla tra i 200 e i 300 milioni, mentre Technogym, presenta ottimi numeri anche se il fatturato risulta inferiore alle due precedenti (quasi 900 milioni). «L’affaccio di questi titoli sul Ftse Mib potrebbe essere una vetrina a livello internazionale e potrebbe spingere il giro di affari di queste società sui livelli più elevati nel lungo termine», argomenta Pascucci.
Spesso posizionarsi su titoli indiziati alla promozione nel Ftse Mib ha permesso in passato di cogliere consistenti performance, a cui però a volte ha fatto seguito un corposo “sell on news” al concretizzarsi del passaggio tra le grandi. «Con gli algoritmi che dominano gli scambi – taglia corto Cartisano – ad oggi non è così importante focalizzarsi solo sul fatto se un titolo entra o esce dal Ftse Mib, ma va guardato anche a quelle che sono le stime per i prossimi 2-3 esercizi». Il mercato è infatti sempre meno paziente rispetto al passato e le promesse contano molto di più che i risultati concreti del presente
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