L’autarchia non è mai una bella cosa, ma l’occasione per scoprire le cose di casa è sempre un bene. La crisi energetica e qualche timore sugli spostamenti troppo lunghi potrebbero trasformarsi in un’opportunità, almeno per la riscoperta del turismo a chilometro zero. Turismo sostenibile, turismo lento, chiamatelo come volete: il turismo che ci può consentire di scoprire migliaia di mete sconosciute dietro l’angolo di casa. O quasi. Il 75% delle presenze turistiche in Italia si rivolgono al 4% della superficie del Paese. Se la destagionalizzazione è un obiettivo definito da tempo, si sta sempre più affermando la necessità di decentrare le mete turistiche, soprattutto in un Paese come l’Italia ricchissimo di alternative, che sono soprattutto poco conosciute e ancor meno frequentate.
Destagionalizzare e decentrare contro la piaga dell’overtourism. E per favorire un turismo adeguato ai tempi critici che stiamo vivendo, che impongono qualche attenzione in più e inducono a cancellare le destinazioni internazionali che presentano rischi fino a qualche mese fa inattesi.
Il forum
L’idea aveva preso forma già in occasione dell’ultimo Forum del Turismo a Milano, lo scorso gennaio, prima che si affacciassero gli spettri della guerra. L’obiettivo del governo è chiaro. I piccoli Comuni, i borghi, le aree interne e le isole minori costituiscono la spina dorsale dell’Italia e una risorsa preziosissima, in quanto destinazioni fuori dalle logiche classiche e jolly per la destagionalizzazione. C’è in animo anche di suggerire al ministero della Pubblica Istruzione un «graduale adeguamento del calendario scolastico ai modelli europei più moderni, distribuendo meglio le vacanze nel corso dell’anno, per una flessibilità che andrebbe a favorire la destagionalizzazione».
Il turismo nazionale lo scorso anno ha potuto contare su 480 milioni di presenze (+3% rispetto al 2024), per un fatturato di 185 miliardi di euro (di cui quasi 61 prodotti dagli stranieri), con un impatto di quasi 250 miliardi sul Pil, generando oltre 3 milioni di occupati, tra stagionali e fissi. Ma un quarto delle presenze turistiche nazionali si concentra in dieci Comuni; solo a Roma si registra l’8% del flusso turistico totale. C’è una speciale classifica che elabora un indice complessivo di sovraffollamento turistico: in testa c’è la provincia di Rimini, seguita da Venezia e Bolzano. Nei primi 15 posti delle province sovraffollate turisticamente ci sono luoghi di montagna e di mare, indifferentemente: da Trento ad Aosta, da Savona a Trieste.
Eppure, ci sono già segnali in controtendenza. Grazie allo sviluppo dei cammini (itinerari artistici e spirituali, fino al puro trekking naturalistico), al dinamismo di molti borghi italiani, all’intraprendenza di piccoli imprenditori dell’ospitalità e della ristorazione e grazie ai patrimoni enogastronomici diffusi nel Belpaese i flussi turistici nei piccoli Comuni italiani stanno già crescendo: le presenze sono aumentate nel 2025 del 6,85%, e gli arrivi hanno sfiorato il +8%. Ma non basta; o per lo meno si può fare molto più e molto meglio. Non mancano le infrastrutture: i posti letto disponibili nelle aree interne del Paese sono persino superiori rispetto ai grandi centri: 16,9 posti letto ogni cento abitanti nelle aree periferiche del Paese, contro 6,3 posti letto ogni cento abitanti nei Comuni “centro”.
Certo, si tratta spesso di un’offerta di minore qualità media; gli standard sono più bassi, ma si trovano delle vere e proprie eccellenze, grazie a investimenti di recupero immobiliare di qualità e pregio. Il modello dell’albergo diffuso consente spesso, a fronte di visioni più lungimiranti, di recuperare degli interi tessuti urbani da convertire in occasioni di ospitalità.
In riferimento ai piccoli Comuni, nel corso del Forum di Milano è stato illustrato l’importante risultato del Fondo del ministero del Turismo a essi dedicato: 34 milioni investiti che hanno generato un impatto economico stimato di quasi 100 milioni di euro, con un moltiplicatore di circa 3,07 euro. Per ogni euro investito si generano quindi circa 3,07 euro di valore economico complessivo (diretto, indiretto e indotto), a dimostrazione della capacità della misura di attivare filiere e redditi nei contesti locali.
I fondi di coesione
Negli accordi per i Fondi di Coesione, 60 milioni di euro – su un totale di 121 milioni destinati al turismo – saranno riservati a progetti per il miglioramento qualitativo delle destinazioni. Tali risorse sosterranno piccoli Comuni, isole minori e grandi centri attraverso una strategia unitaria volta a gestire i picchi di affluenza e a valorizzare le destinazioni secondarie. L’obiettivo è favorire un’integrazione strategica tra l’offerta delle grandi mete e quella delle realtà alternative. Una possibilità anche per trattenere i giovani tentati dalla fuga oltre confine, ma pronti ad applicare le regole del sociologo Vito Teti, che ama parlare di «restanza» e «tornanza», per indicare il legame indissolubile con le proprie radici. Radici che oggi sono collegate alle nuove tecnologie, quindi capaci di produrre quel glocalismo che mitiga ma non rinnega il globalismo con un inevitabile investimento locale.
Il concetto di “undertourism”, contrapposto a quello di “overtourism” rappresenta una sfida e un’opportunità per l’Italia. Mentre alcune destinazioni iconiche affrontano problematiche legate al sovraffollamento turistico – che nemmeno le opinabili tasse di ingresso riescono a frenare – borghi, aree interne, montagne e isole minori restano spesso ai margini dei grandi flussi, pur possedendo un patrimonio culturale, naturalistico ed enogastronomico straordinario. È ora di cambiare verso, e cambiare passo.
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