Da molti l’agricoltura è vista come un mestiere antico. Ma i campi in realtà esercitano un’attrazione sempre più forte sui giovani. Moneta ne ha parlato con Enrico Parisi, delegato nazionale di Coldiretti Giovani Impresa.

Il 19 giugno scadono le iscrizioni per l’edizione 2026 di Generazione terra, il bando promosso da Ismea per favorire l’accesso alla terra da parte delle nuove generazioni. Quanto sono importanti questi strumenti e quali sono le difficoltà con cui si confrontano oggi i giovani?
«Sono strumenti fondamentali perché l’accesso alla terra rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli per chi vuole avviare o ampliare un’impresa agricola. Parliamo di una misura che finanzia fino al 100% dell’acquisto dei terreni agricoli e che mette a disposizione 120 milioni di euro per il 2026. È un segnale importante, ma da solo non basta. Accanto alla terra servono accesso al credito, investimenti e soprattutto una forte semplificazione burocratica. Troppo spesso i giovani che decidono di fare impresa si trovano schiacciati da procedure complesse, tempi lunghi e adempimenti che sottraggono energie al lavoro in azienda. Se vogliamo davvero favorire il ricambio generazionale dobbiamo creare un contesto che renda più semplice investire e costruire il proprio futuro in agricoltura».
Negli ultimi anni si parla molto di ritorno dei giovani alla terra. È una moda o una scelta strutturale?
«Non è una moda, è una scelta sempre più consapevole e strategica. I giovani stanno tornando in agricoltura perché hanno capito che il cibo, l’ambiente e la sicurezza alimentare saranno temi centrali nei prossimi decenni. Ma chi sceglie oggi l’agricoltura non sceglie un mestiere del passato: sceglie un’impresa innovativa che deve confrontarsi con i mercati globali, con la sostenibilità, con le nuove tecnologie e con i cambiamenti climatici. L’agricoltura offre la possibilità di creare valore economico e sociale nei territori, soprattutto nelle aree interne che troppo spesso vengono dimenticate dalle politiche nazionali ed europee».
L’agricoltura di prossimità non è una semplice questione di business ma un modello di sviluppo sociale.
«Il compito della politica deve essere quello di accompagnare questa nuova generazione, rimuovendo gli ostacoli che ancora oggi frenano chi vuole investire nel settore primario».
Che fotografia emerge oggi del mondo dei giovani agricoltori italiani?
«È la fotografia di una generazione dinamica, preparata e aperta all’innovazione. I giovani sono spesso i primi a investire in agricoltura di precisione, energie rinnovabili, digitalizzazione, multifunzionalità e vendita diretta. Sono imprenditori che guardano al futuro senza rinunciare alle proprie radici e che hanno compreso come il made in Italy si difenda puntando su qualità, sostenibilità e innovazione. Ma il dato più importante è che i giovani stanno riportando visione e progettualità nelle campagne italiane. Oggi il tema non è solo sostenere chi c’è già, ma aumentare il numero di giovani che scelgono questo settore».

Cosa spinge oggi un ragazzo o una ragazza a scegliere l’agricoltura?
«La possibilità di essere protagonista del proprio futuro. L’agricoltura permette di trasformare un’idea in un progetto concreto, creando valore economico ma anche sociale e ambientale. Sempre più giovani vedono nella terra un’occasione per costruire imprese innovative, capaci di generare occupazione, tutelare il territorio e rispondere alle nuove esigenze dei consumatori. C’è una crescente attenzione verso il tema della qualità del cibo, della sostenibilità e della sicurezza alimentare. La terra rappresenta anche una risposta alla ricerca di autenticità e di un modello economico più sostenibile e vicino alle persone. Che riporti al centro il valore dell’essere umano non come mero individuo ma come persona che in quanto tale valorizza anche l’esistenza e non solo la produzione, ecco perché le esternalità positive che può generare un giovane agricoltore vanno oltre l’aggregazione di fattori produttivi, incidono positivamente sulla vita dei cittadini».
Quali sono oggi le priorità per i giovani agricoltori?
«La prima priorità resta il reddito. Senza reddito non esiste ricambio generazionale. Poi servono più terra, più credito, meno burocrazia e maggiori strumenti per investire in innovazione. Occorre rafforzare le misure dedicate ai giovani e garantire percorsi più rapidi per l’insediamento e lo sviluppo delle imprese. È necessario inoltre investire nella formazione e nelle competenze digitali. I giovani non chiedono assistenzialismo ma opportunità. Chiedono di poter competere ad armi pari e di vedere riconosciuto il valore del proprio lavoro».
Siete tornati a manifestare a Strasburgo dopo Bruxelles. Che cosa chiedete all’Europa?
«Chiediamo un cambio di passo. In questi anni l’Europa ha prodotto troppa burocrazia e troppe norme scollegate dalla realtà delle campagne. Gli agricoltori non possono essere lasciati soli a fronteggiare crisi energetiche, cambiamenti climatici, concorrenza sleale e tensioni geopolitiche. Oggi i fertilizzanti aumentano di prezzo, i costi di produzione salgono e le imprese agricole vedono ridursi i margini. Eppure da Bruxelles continuano ad arrivare nuovi vincoli senza adeguate risorse per accompagnare la transizione. Noi chiediamo un’Europa che difenda davvero il reddito agricolo, che investa sulla produzione e sulla sovranità alimentare e che garantisca reciprocità negli scambi commerciali. Non possiamo imporre standard elevatissimi agli agricoltori europei e poi consentire l’ingresso di prodotti ottenuti con regole che in Europa sarebbero vietate. Serve meno ideologia e più pragmatismo».
L’agricoltura può essere una risposta allo spopolamento delle aree interne?
«Assolutamente sì. Ogni giovane che apre un’azienda agricola rappresenta un presidio economico, sociale e ambientale per il territorio. Nelle aree interne e montane gli agricoltori garantiscono manutenzione del territorio, tutela del patrimonio naturale e servizi alle comunità. Investire sui giovani significa contrastare l’abbandono delle campagne, creare occupazione e mantenere vive produzioni, tradizioni e culture che rappresentano una parte fondamentale dell’identità italiana. Dove c’è agricoltura c’è futuro per i territori».
Quanto conta oggi l’innovazione nelle aziende guidate dai giovani?
«Conta moltissimo. I giovani sono i protagonisti della trasformazione tecnologica dell’agricoltura italiana. Droni, sensori, sistemi satellitari, intelligenza artificiale e agricoltura di precisione consentono di produrre meglio utilizzando meno risorse. L’innovazione significa maggiore efficienza, sostenibilità e competitività. Ma significa anche una maggiore capacità di reagire alle crisi e ai cambiamenti climatici. Il problema del paradigma culturale odierno, di cui fa parte l’innovazione, non è la tecnica in sé ma il suo impiego specifico per soddisfare le aspettative dei tanti giovani che sfidano continuamente se stessi migliorando le proprie aziende che vivono in un contesto non più nazionale ma internazionale e quindi sono obbligate a fronteggiare e talvolta a subire tensioni geopolitiche complesse. E l’innovazione aumenta la velocità di risposta».
Oscar Green continua a essere uno degli appuntamenti simbolo di Coldiretti Giovani Impresa. Perché è così importante?
«Perché racconta la parte migliore dell’agricoltura italiana. Oscar Green dà visibilità a giovani che innovano, sperimentano e costruiscono modelli imprenditoriali capaci di creare valore economico e sociale. Ogni anno emergono esperienze straordinarie che dimostrano come l’agricoltura possa essere moderna, sostenibile e competitiva. È il racconto concreto di un settore che guarda avanti e che continua a rappresentare una grande opportunità».
Qual è l’impegno di Coldiretti Giovani Impresa per il futuro?
«Vogliamo continuare a essere il principale punto di riferimento per i giovani agricoltori italiani. Il nostro obiettivo è rappresentare le loro istanze ai tavoli istituzionali, difendere il loro reddito e costruire condizioni che rendano davvero attrattivo investire in agricoltura. Servono più terra, più credito, meno burocrazia e maggiori opportunità per chi vuole fare impresa. Ma serve anche una visione politica che riconosca il ruolo strategico delle nuove generazioni nella sicurezza alimentare del Paese. Il futuro dell’agricoltura italiana dipenderà dalla capacità di portare più giovani nelle campagne e di metterli nelle condizioni di competere. Ed è proprio questa la sfida che Coldiretti Giovani Impresa vuole vincere».
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