Passando davanti al benzinaio oggi vien da pensare a quando si cantava: «Se potessi avere mille lire al mese». Era una canzonetta del 1939, il sogno modesto di una vita dignitosa, un tetto, una moglie, il pane sulla tavola. Quel sogno oggi costa due euro al litro, e non basta nemmeno per arrivarci, al lavoro. Il benzinaio è diventato il termometro sociale del Paese, il luogo dove ogni mattina milioni di italiani misurano la distanza tra quello che guadagnano e quello che spendono solo per esistere.
Crisi a catena
La crisi del carburante rischia di essere la più grave della storia perché non è una crisi isolata. Si innesta in una catena di crisi continua, una sequenza che non concede tregua e non lascia il tempo di riprendersi. Non è un aumento: è un’accumulazione. Sono saltate tutte le valvole di sicurezza, una dopo l’altra, come in un reattore che nessuno sorveglia più. Prima la pandemia, poi l’inflazione, poi la guerra, poi l’energia, e adesso di nuovo il carburante. Ogni crisi si appoggia sulla precedente come un peso su una schiena già piegata. Il cittadino non ha fatto in tempo a rialzarsi che è già a terra un’altra volta, e questa volta non è sicuro di avere la forza per tornare in piedi.
Non ci sono più i risparmi. Quelli che le famiglie italiane avevano messo da parte in decenni di lavoro e di rinunce sono evaporati, consumati dall’emergenza quotidiana. Tutti hanno bisogno di liquidità, nessuno ne ha abbastanza, e come risultato i prezzi salgono. Salgono perché il sistema sa che non c’è alternativa, che la gente pagherà comunque, perché deve mangiare, deve spostarsi, deve scaldarsi. È il ricatto silenzioso di un’economia che ha smesso di servire le persone e chiede alle persone di servire lei.
L’aumento della benzina è solo l’inizio, il primo domino di una serie che non si ferma, perché se aumenta il carburante aumenta tutto: il trasporto, la produzione, il cibo sugli scaffali. Non si tratta di un settore isolato che si muove, si sposta un sistema intero. Il prezzo del pane segue il prezzo del gasolio con la stessa fatalità con cui la febbre segue l’infezione. E nessuno ha la ricetta per abbassarla, perché nessuno vuole toccare i meccanismi che la producono.
Nel frattempo, il mondo globalizzato continua a vegetare e promettere. Accoglie e si espande senza chiedersi chi pagherà il conto. Costruisce cattedrali di finanza creativa e di transizione ecologica mentre il ceto medio affonda nel silenzio, senza nemmeno la dignità di una protesta, perché protestare richiede tempo e il tempo è diventato un lusso che nessuno può più permettersi. Ma su quali presupposti si regge tutto questo? Esiste un piano B? Esiste un limite alla libertà quando la libertà si riduce a scegliere tra bollette e spesa? È libero un mondo dove chi lavora non riesce a risparmiare, dove un operaio, un insegnante, un artigiano arrivano a fine mese solo perché qualcuno in famiglia ha smesso di curarsi o ha rinunciato alle vacanze? La schiavitù economica come si coniuga con la libertà? È solido un mondo dove le regole valgono solo per i più deboli, dove chi evade milioni negozia e chi deve 2.000 euro viene pignorato?
Laureati e algoritmi
Se lavorare non conviene più, quale sarà il motore della nostra civiltà? Chi spiegherà ai figli l’importanza della cultura e dello studio quando un laureato guadagna meno di un algoritmo, quando un dottorato di ricerca vale meno di un profilo con 100 mila follower? Un corpo in coma da tecnologia, smartphone e intelligenza artificiale è ancora vivo? È ancora cosciente? Può tornare a vivere staccando le macchine, oppure ormai le macchine sono l’unica cosa che lo tiene in piedi, l’unica illusione di movimento in un organismo che ha smesso di respirare da solo?
Come sono volati questi decenni. Cosa ne abbiamo fatto del benessere, di quel miracolo economico che i nostri nonni avevano costruito con le mani e con la fame, mattone su mattone, bottega dopo bottega? Ci sono valori per i quali si ricorderanno di noi quando qualcuno staccherà la luce, oppure saremo ricordati come la generazione che ha ereditato tutto e non ha saputo conservare niente?
Per Sallustio, ubi divitiae clarae habentur ibi omnia bona vilia sunt, dove si esaltano le ricchezze è umiliata ogni virtù. La sentenza ha 2.000 anni e non ha perso una virgola di attualità. Infatti la prima vittima del capitale è stata la pessima qualità di chi lo ha ereditato, una classe dirigente che ha scambiato il privilegio per il merito e il consumo per la civiltà. L’attacco alla classe media nasce da lontano. È stato coltivato con pazienza, formando nuove generazioni sempre meno libere dal punto di vista umano e culturale, più facili da controllare, più docili da governare, più disposte ad accettare come naturale ciò che è semplicemente ingiusto. L’invenzione della mediocrità come struttura del potere oggi presenta il conto. E il conto è salato come il pieno al distributore.
Bene comune
È ancora possibile un piano B? Possiamo ancora mettere insieme una classe dirigente in grado di prendere decisioni vere, di guardare oltre il prossimo sondaggio e il prossimo tweet, di anteporre il bene comune alla propria sopravvivenza politica? Perché il nostro mondo ha smesso di produrre energia. Oggi la consuma. E prima o poi qualcuno staccherà il contatore.
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