La disillusione è tanta, ma anche la speranza che i nuovi investimenti portino a una ripartenza nel breve termine. D’altra parte stiamo parlando di un’industria – quella della carta – che ha visto operai e dirigenti difendere insieme, notte e giorno, i macchinari di Fabriano dallo smontaggio e dal sequestro della Wehrmacht quando nella ritirata del 1944, i tedeschi si lasciarono dietro furti e devastazioni di fabbriche, ponti e infrastrutture. Gente con una certa corazza, insomma.
La storia
Il gruppo Fedrigoni ha una lunga storia. Nasce nel 1888 a Verona e nel 2002 acquisisce le Cartiere Miliani di Fabriano, fondate nel 1782. Dal 2017 è controllato dal fondo americano Bain Capital, affiancato dal fondo inglese BC Partners dal 2022. Tra il 2020 e il 2021 il gruppo ha ceduto le proprie attività nel settore della produzione di carta per banconote e carte di sicurezza alla società inglese Portals.
«Nelle banconote e nelle carte di sicurezza noi eravamo leader mondiali» spiega Pierluigi Berionni, ex operaio della cartiera. «Andavamo a trattare con le banche centrali dei Paesi. Adesso lavoriamo per conto terzi, i grandi stampatori internazionali. Ora non abbiamo più quel business e quindi personale preparato a fare quel mestiere. Da quel ramo siamo usciti per scelta aziendale, dal momento che si è ritenuto che l’impresa non valesse la spesa». Le Cartiere Miliani di Fabriano sono tra le più antiche d’Europa e ne hanno passate molte: nel 1944 la produzione procedeva a singhiozzi a causa della guerra, ma gli stabilimenti di Fabriano e Pioraco rimasero integri grazie all’opposizione di operai e dirigenti allo smontaggio dei macchinari. Un patrimonio documentale di grande valore è conservato nell’Archivio storico delle Cartiere Miliani, custodito dalla Fondazione Fedrigoni Fabriano: raccoglie secoli di storia industriale del Paese, dalle veline del liquore Strega e delle prime macchine Fiat.
La F3
Ma facciamo un passo avanti. Il 10 dicembre 2024 è stata fermata la produzione di carta per ufficio. Un colpo al cuore per i lavoratori: per la prima volta dal 1974 è stata spenta la macchina F3, anima pulsante della filiera. «Ce lo ricordiamo bene tutti quel giorno» racconta Berionni. «Abbiamo caricato in macchina l’ultima bobina, firmata da tutti i colleghi del turno. Nello stabilimento di Rocchetta, invece, è stato confezionato l’ultimo pacco di fotoriproduttori, marchiato e firmato dai colleghi che hanno spento gli impianti». Della cartiera ha chiuso solamente il reparto Giano, che ospitava la macchina F3, uno strumento straordinario: non si fermava mai e produceva a ritmo continuo sia i fogli da fotocopia A4 sia il vapore necessario per far funzionare anche il resto degli impianti. «Il calo dell’occupazione ha colpito in particolare gli interinali, mentre i lavoratori a tempo indeterminato sono stati in parte ricollocati», spiega Carlo Cimmino, sindacalista della Cgil che ha seguito da vicino la vicenda. All’inizio gli esuberi erano circa 173. I lavoratori sono stati messi in cassa integrazione straordinaria per un anno. Nel tempo, quasi tutti sono stati ricollocati all’interno del gruppo, anche con trasferimenti in altre sedi del Nord Italia. Restano 24 persone ancora da ricollocare, secondo gli ultimi dati emersi dal tavolo in Regione Marche. La chiusura è legata al calo della domanda di carta per fotocopie e alla concorrenza internazionale. «Il prodotto da fotocopie è in calo anche per l’alta concorrenza del mercato cinese, che offre prezzi più bassi. Inoltre ha margini ridotti» aggiunge Cimmino.
Dopo la chiusura della produzione a Fabriano, il gruppo Fedrigoni ha concesso in licenza il marchio “Fabriano” per la carta da ufficio a un distributore internazionale legato a Paperfast, che produce in Polonia. Operazione che ha scatenato non poche proteste dal momento che il prodotto continua a chiamarsi “Fabriano” pur non essendo più fabbricato nel territorio. Per questo motivo il Comune ha inviato una diffida legale per bloccare l’uso del nome e valuta ulteriori azioni. Nel frattempo Fedrigoni ha annunciato il possibile recesso dall’accordo, aprendo un contenzioso. Paperfast, a sua volta, è pronto a chiedere un risarcimento milionario. «Quello della carta è un settore molto energivoro. Il costo dell’energia in Italia è tra i più alti d’Europa e questo riduce la competitività», dice Cimmino. «C’è anche una carenza di investimenti. Nelle Marche molte aziende sono state acquistate da fondi stranieri che puntano al rendimento finanziario più che a un piano industriale».
Secondo i dati della Federazione Carta e Grafica in Italia la filiera della carta vale 26,9 miliardi di euro di fatturato, pari all’1,2% del Pil, con oltre 160 mila addetti in circa 16 mila imprese . Il comparto che comprende macchine per la grafica, cartario e trasformazione ha raggiunto i 13,3 miliardi di euro, con un calo dello 0,8% rispetto al primo semestre del 2024. Il 2026 si apre con la spinta al ritorno a una situazione più rosea, grazie agli investimenti nella produzione di documenti di sicurezza e carta moneta, business un tempo fiorente per Fedrigoni, ma messo da parte una quindicina di anni fa. Adesso, dopo averlo dismesso e nonostante sia ben chiaro che la crescente digitalizzazione non renda questa soluzione una risposta valida sul lungo periodo, si ricomincia. Fedrigoni ha avviato nuovi investimenti, indirizzati soprattutto alla carta moneta e alle carte di sicurezza, utilizzate per la stampa di documenti. Complessivamente sono stati stanziati 7 milioni di euro: 4,5 milioni destinati a Fabriano e 2,5 milioni agli stabilimenti di Castelraimondo e Pioraco. Anche il pubblico è intervenuto: la Regione Marche ha stanziato 45 mila euro per la formazione e ha attivato il bando “Over 60” per il reinserimento lavorativo. Ma è chiaro a tutti che, nel lungo periodo, è probabile che il mercato della carta moneta e delle carte di sicurezza vada progressivamente a ridursi a causa della crescente digitalizzazione, con la diffusione di pagamenti elettronici e documenti digitali.
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