L’oro della storia è tornato a brillare, come e più d’un tempo. Stavolta, peraltro, emanando un doppio luccicore. Le attuali quotazioni del metallo prezioso, sospinte dalle persistenti instabilità geopolitiche, hanno infatti ridato lustro alle antiche monete auree, che combinano il valore collezionistico a quello intrinseco della materia prima. «Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!». Riascoltata oggi, la battuta del celebre film con Massimo Troisi e Roberto Benigni suona quasi come un compendio per aspiranti investitori. Le antiche emissioni in oro, del resto, sono al centro di un mercato molto vivace. A differenza di quanto accade con le più recenti coniazioni da puro investimento, il cui valore è legato quasi esclusivamente al contenuto di metallo, le monete storiche posseggono un ulteriore pregio determinato da parametri più stratificati, quali la provenienza, il contesto e la rarità numismatica.
«La monetazione aurea inizia ad assumere una particolare rilevanza nel I secolo a.C., quando Roma si apre verso l’Oriente ricco d’oro. Ancora oggi, gli aurei romani sono le monete più collezionate al mondo: l’esemplare più famoso e ambito è senza dubbio quello coniato da Bruto nel 42 a.C. per commemorare l’assassinio di Giulio Cesare», spiega a Moneta Gabriele Tonello, responsabile del dipartimento Numismatica di Aste Bolaffi. In questo caso – sottolinea l’esperto – a prevalere è la componente collezionistica. «Un aureo romano pesa attorno ai 7 grammi. Questo vuol dire che, a stime attuali, contiene tra gli 800 e i mille euro di metallo. Ma sul mercato queste monete valgono da 3mila euro al milione: queste incredibili quotazioni sono date proprio dalla rarità e dal valore storico».

Forbice
La forbice tra la consistenza storica e quella materiale si assottiglia con la riforma monetaria avviata verso la fine dell’Impero. «In questa fase arriva il solidus, coniato in molti più esemplari. In questo caso, il valore del metallo si avvicina a quello collezionistico. Un solidus pesa infatti 4,5 grammi, pari a circa 500 euro di metallo, e il valore di mercato va dai 600 euro ai 2 o 3mila», illustra ancora Tonello. Nell’impero bizantino si continua a coniare il solidus e i valori non discostano troppo. A uso e consumo degli appassionati e dei cercatori d’oro numismatico, va precisato che le eccezioni alla regola non mancano mai.
«Alcuni imperatori hanno governato meno di altri e quindi hanno coniato meno monete: questo fattore fa aumentare il valore collezionistico, che torna a prevalere in modo sensibile su quello del metallo prezioso», annota l’esperto di Bolaffi. Dopo l’epoca medievale, nella quale le monete d’oro resistono solo nell’area islamica di influenza araba (come il sud Italia, con i robai o tarì), l’Europa torna a luccicare con Federico II di Svevia, che inserisce l’augustale, oggi molto ricercato sul mercato «perché è delle stesse dimensioni dell’aureo romano e rappresenta una riscoperta del passato». Battuto a Messina e Brindisi, raffigura il busto laureato dell’imperatore e un’aquila, ispirandosi proprio alla monetazione classica romana. Il valore numismatico qui è considerevole e alle aste può volare anche oltre quota 20mila euro.

Fiorini
Nel 1300 e 1400 il metallo prezioso torna a diffondersi grazie alle repubbliche di Venezia, di Genova e di Firenze: ripartono le coniazioni in oro e iniziano a circolare il fiorino, lo zecchino e, in tono minore, il genovino. «Anche in questo caso ci sono monete il cui valore collezionistico attuale può essere doppio rispetto a quello del metallo. Questa tendenza si rintraccia fino al 1700. La situazione si inverte invece dal 1800, con il marengo introdotto da Napoleone, che era coniato su larga scala. Il valore aureo diventa quindi preponderante e la moneta diviene da investimento in senso stretto», sintetizza Tonello, accendendo poi l’attenzione su un tema delicato e ineludibile, destinato a riguardare chiunque si affacci al mercato: quello dei falsi.

«Il rischio è estremamente diffuso, a tutti i livelli e per tutte le monetazioni, dagli antichi al moderno. Molte volte, soprattutto in antichità e quando c’era scarsezza di metallo, erano le stesse zecche a coniare dei falsi con dei titoli più bassi, così da risparmiare sul fino. Inizialmente, dunque, i falsi avevano un obiettivo economico, cioè immettere più monete rispetto a quelle che si potevano realizzare. In un secondo momento sono iniziate le coniazioni a titolo di frode, sia economica sia collezionistica», argomenta l’esperto.

Scovare la “patacca” non è però così semplice come si possa credere, perché in molti casi la verifica del metallo non è sufficiente. Le tecniche fraudolente, difatti, sono oggi estremamente avanzate: «Un aureo autentico di scarsa qualità può essere utilizzato per coniare una nuova moneta con tecnologie molto più sofisticate d’un tempo. Alla saggiatura, quindi, il metallo risulta autentico ma la moneta non lo è. Devono dunque subentrare altri parametri, in primis i confronti, ed ecco perché è fondamentale affidarsi a esperti che forniscono certificazioni». Oggi come ieri, l’investimento nel metallo prezioso fa gola a tutti. Ma non è tutto oro quello che luccica.
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