Un titolo da degustazione lenta. Così si potrebbe definire Italian Wine Brands, uno dei più rilevanti operatori vinicoli italiani e il primo ad aver portato il settore in Borsa, quotandosi a Piazza Affari nel 2015. I suoi numeri hanno corpo e struttura, ma il mercato continua a sorseggiarlo con cautela, senza lasciarsi andare a un brindisi. Eppure gli analisti concordano nel ritenere questa storia una opportunità di acquisto e quelli di Websim Corporate (divisione di Intermonte) l’hanno recentemente inserita nella loro lista delle pmi più interessanti. Se il piano strategico e l’espansione internazionale daranno i loro frutti, il calice potrebbe finalmente levarsi in aria?
Prima di rispondere a questa domanda, è bene avere qualche dettaglio in più sul gruppo. Il suo modello è quello di una filiera integrata che parte dalla raccolta delle uve attraverso una rete consolidata di conferitori e arriva fino alla distribuzione globale, passando per tre canali principali: la grande distribuzione e gli operatori professionali, la vendita diretta al consumatore e il canale HoReCa (Alberghi-Ristoranti-Café). Questa struttura permette a Italian Wine Brands di presidiare l’intero ciclo commerciale, distribuendo nel mondo alcune delle denominazioni più rappresentative del vino italiano, dal Barolo all’Amarone, dal Prosecco al Primitivo di Manduria.
I numeri in un sorso
Il 2025 è stato un anno complesso, per via dei dazi statunitensi e di un contesto geopolitico particolarmente teso, ma ha comunque visto segnali incoraggianti. I ricavi hanno registrato una leggera flessione (-1,5%) a 395,9 milioni di euro, ma la redditività ha tenuto ed è stata sostenuta da un mix di prodotto più favorevole, con maggiore peso delle etichette premium, da costi delle materie prime più bassi e da un lavoro di ottimizzazione interna che ha reso la struttura più efficiente. L’utile netto rettificato (cioè escluse le poste straordinarie) è riuscito a crescere, seppur marginalmente, a 25,6 milioni, segno che la qualità del business ha retto anche in un contesto meno favorevole. Tant’è che la società ha proposto un dividendo di 0,50 euro per azione, mantenendo una politica di remunerazione interessante.
Il contesto internazionale resta però un elemento chiave da monitorare. Gli Stati Uniti, mercato di riferimento per il vino italiano, hanno vissuto uno degli anni più difficili degli ultimi decenni, con un impatto significativo sull’intero settore. Si stima che a causa dei dazi il mercato sia diminuito di circa 570 milioni di dollari, a fronte di un prelievo tariffario di quasi mezzo miliardo.
Eppure, guardando al 2026, le prospettive appaiono più incoraggianti: la domanda americana dovrebbe tornare a crescere, anche se in modo moderato, con una chiara preferenza per le fasce premium e super-premium. Il consumatore si sta orientando verso vini di maggiore qualità, spesso nella fascia tra i 20 e i 40 dollari, mentre Millennials e Gen Z mostrano interesse per prodotti autentici, sostenibili e con una forte identità narrativa. Guardando a est, l’Asia continua a rappresentare una direttrice strategica. Nonostante qualche rallentamento recente, resta uno dei mercati più dinamici e promettenti, con una crescita impressionante: negli ultimi dieci anni ha conosciuto un aumento superiore al 200%.
In questo scenario, Italian Wine Brands punta a rafforzare ulteriormente il proprio posizionamento internazionale, accompagnando l’espansione geografica con una progressiva salita di gamma. La strategia è meno esposizione ai prodotti base e maggiore focalizzazione sulle etichette di fascia alta, quelle che oggi offrono le prospettive di crescita più interessanti. Anche le tendenze di settore vanno nella stessa direzione. Il segmento premium e quello del lusso sono attesi in espansione nei prossimi anni, mentre nicchie come il biologico e il no-alcol stanno guadagnando terreno con tassi di crescita sostenuti. In questo contesto, il gruppo sta investendo per rafforzare la propria presenza nella grande distribuzione italiana, migliorare l’efficienza produttiva e cogliere eventuali opportunità di crescita per linee esterne.
In borsa poco mosso
Altro che bollicine. Il titolo, quotato sul listino delle piccole di Piazza Affari (segmento Euronext Growth Milan), rimane sostanzialmente fermo. La performance negli ultimi 12 mesi è negativa di circa il 4%. Eppure, il giudizio degli analisti è decisamente diverso. Le coperture attive esprimono tutte una raccomandazione di acquisto (rating buy), con un target price medio di 32,7 euro, decisamente superiore alle quotazioni attuali che si aggirano in area 19 euro. Secondo CFO Sim, il titolo potrebbe addirittura raddoppiare dai livelli correnti (il prezzo obiettivo è addirittura a 38 euro), mentre Banca Akros mantiene una visione costruttiva con un prezzo target più contenuto, pari a 29 euro, ma comunque ben superiore ai livelli attuali di scambio. Anche l’inserimento nella watchlist di Websim Corporate rafforza l’idea che si tratti di una realtà ancora poco esplorata e apprezzata dagli investitori.
A dare un possibile impulso potrebbe contribuire anche il nuovo piano di buyback da 5 milioni di euro, recentemente annunciato, che potrebbe introdurre un elemento di sostegno tecnico al titolo. Resta però il fatto che Italian Wine Brands non è una storia da crescita esplosiva o da entusiasmo immediato, ma piuttosto di un investimento che ha bisogno di decantare.
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