Le Borse continuano a salire. Lo fanno con ostinazione sorprendente, quasi fingendo di ignorare un contesto geopolitico che, sulla carta, dovrebbe consigliare prudenza: le sortite di Donald Trump, le tensioni in Medio Oriente, il conflitto con l’Iran. Eppure i listini tengono, correggono appena e poi ripartono. È davvero tutto così razionale? Ne parliamo con Massimo Doris, ceo di Banca Mediolanum, che al Salone del Risparmio 2026 sarà presente in modo massiccio come ogni anno.
Doris, i mercati sembrano impermeabili alle cattive notizie. Trump alza i toni, il Medio Oriente resta instabile, sulla guerra in Iran gravano incognite, eppure le Borse continuano a correre. Cosa stanno vedendo le Borse che sfugge alla gente comune?
«Vedono oltre. Stanno facendo un ragionamento prospettico. I mercati non guardano tanto al rumore del presente quanto alla probabilità degli scenari futuri. E oggi prevale l’idea che certe tensioni, per quanto gravi, non siano destinate a durare a lungo o a produrre effetti sistemici».
Quindi è una scommessa sulla temporaneità dei rischi?
«Esattamente. Gli investitori tendono a “prezzare” una durata limitata dei conflitti e allo stesso tempo una capacità del sistema economico di assorbirli. Ma non è solo questo. C’è anche un forte elemento di fiducia strutturale».
Che ha un nome preciso: intelligenza artificiale.
«L’IA è percepita come un fattore trasformativo reale, non come una moda passeggera. Si ritiene che possa aumentare la produttività, migliorare i margini aziendali e generare nuova crescita. Ciò alimenta aspettative concrete sugli utili futuri».
E poi c’è il tema liquidità.
«È un elemento decisivo per spiegare ciò che sta accadendo. Nonostante gli sforzi delle banche centrali, nel sistema c’è ancora una massa enorme di liquidità che fatica a essere completamente drenata dalle banche centrali. E questa liquidità cerca rendimento».
E lo trova nelle Borse?
«In larga parte sì. Quando hai così tanta liquidità in circolazione, una quota significativa finisce inevitabilmente sui mercati azionari. È una forza silenziosa ma potentissima, che sostiene le valutazioni anche in presenza di incertezze».
Riassumendo: rischi percepiti come temporanei, fiducia nell’innovazione tecnologica e abbondanza di liquidità.
«Esattamente. È l’equilibrio tra questi tre fattori che oggi spiega la resilienza, e in parte anche l’ottimismo, dei mercati. Ma attenzione: questo non significa che il rischio sia sparito. Significa che è accettato. E qui entra un punto spesso sottovalutato: la volatilità».

In che senso?
«La volatilità non è un incidente di percorso, è il prezzo da pagare per avere rendimento. Il problema è che molti investitori la scoprono solo quando arriva. E lì sbagliano: a quel punto l’ansia di vendere ha la meglio. Ma se uno non è disposto a vedere un -10% stampato sul proprio portafoglio, deve farsene una ragione: non può inseguire strumenti che quel rischio lo incorporano».
Quindi meglio stare fuori dai mercati?
«No. Meglio essere coerenti. Se non si sopporta la volatilità, esistono strumenti come Btp e Bot che hanno una funzione precisa: stabilità e prevedibilità. Ma non si può pretendere rendimenti elevati senza accettare oscillazioni. È come voler guardare il panorama dalle vette alpine: è magnifico, ma se soffri di vertigini è inutile ostinarsi a salire».
L’investimento in obbligazioni è davvero quel porto sicuro che molti pensano?
«Dipende da cosa si intende per “sicuro”. I titoli obbligazionari danno stabilità, ma spesso non proteggono dall’inflazione. Nel lungo periodo il rischio vero è perciò perdere potere d’acquisto. E qui l’azionario, se ben diversificato, storicamente ha dimostrato di offrire una copertura decisamente migliore».
Quindi azioni sempre e comunque?
«No. Sempre e comunque no. Sempre e comunque con metodo sì. Ovvero, diversificazione, tempo e disciplina. Senza questi tre elementi anche l’azionario diventa pericoloso».
A proposito di liquidità, lei spesso batte il tasto sull’eccesso di denaro fermo nei conti correnti degli italiani.
«Sì. E il punto non è ideologico: è matematico. La liquidità non è un investimento, se viene tenuta ferma col tempo perde valore. Può avere senso nel breve, non nel lungo periodo».
Quindi va investita sempre?
«Va gestita. Non esiste “tutto o niente”. Esiste un percorso: gradualità, obiettivi, orizzonte temporale. Ma restare fermi è una scelta che ha un costo».
I clienti di Banca Mediolanum sembrano più dinamici della media nelle decisioni di investimento.
«Perché sono seguiti. Quando c’è consulenza, il cliente capisce che la liquidità è un parcheggio, non una strategia».
Veniamo al tema più controverso: le commissioni di gestione. C’è chi sostiene che siano ancora troppo alte.
«Dipende da cosa si confronta. Se è un servizio di consulenza con un prodotto “fai da te”, è evidente che il costo è diverso. Ma lo è anche il valore prodotto».
E qui entra il tema della cosiddetta consulenza evoluta.
«Esatto. Oggi la consulenza non è più solo selezione di fondi. È costruzione di portafogli complessi, che possono includere anche Etf e strumenti più sofisticati, con livelli di rischio più elevati. E selezionare un Etf non è come comprare un’azione. Richiede competenze, monitoraggio, capacità di inserirlo nel contesto giusto. È naturale che il costo del servizio cresca».
A questo nuovo servizio possono accedere tutti?
«No, la consulenza evoluta non è per tutti: si applica tipicamente a patrimoni di una certa consistenza. Non ha senso proporla a chi ha esigenze semplici e risparmi non consistenti».
Dunque, raccontata in sintesi il consulente serve a evitare errori. C’è però chi sostiene che ormai l’intelligenza artificiale è in grado di dare buoni consigli e non costa.
«L’IA può aiutare, ma non gestisce la relazione. Non conosce davvero il cliente. Gli fornisce risposte impersonali. E soprattutto non gli sta accanto quando serve. Sicché l’esito dei suoi consigli è sempre una scommessa».
Però sembra che il gruppo Mediolanum ne faccia largo uso.
«Sicuro, io la vedo come una rivoluzione. E molto concreta. Non usarla è un rischio competitivo».
Dove la state usando maggiormente?
«Su più livelli. Nei processi interni, nella consulenza, nell’esperienza-cliente».
Faccia un esempio concreto.
«I mutui. L’IA legge documenti, velocizza le istruttorie, riduce gli errori. Tempi più brevi, maggiore efficienza. Alla fine i costi si riducono e il beneficio è per tutti».
E lato consulenti?
«Il family banker ha strumenti più evoluti per analizzare i bisogni, costruire portafogli, monitorare le posizioni. Insomma, è più preparato e guadagna in efficienza, soprattutto riduce enormemente i tempi di risposta alle esigenze del cliente».
E il cliente?
«Avrà sempre più autonomia operativa e più informazioni. Ma dentro un sistema guidato».
Quindi con l’IA il consulente non sparisce.
«No. Cambia. Diventa più forte. Più supportato. Ma resta decisamente centrale».
Non è una difesa di categoria?
«È osservazione dei fatti. Dove c’è consulenza, i clienti restano investiti a lungo, non subiscono decisioni emotive e ottengono risultati più interessanti e coerenti tempo».
In sintesi: liquidità da ridurre, rischio da capire, consulenza da pagare, tecnologia da integrare.
«In sintesi: il risparmio va gestito. Con metodo, con disciplina e con strumenti adeguati. Umani e tecnologici».
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