Una maxi-mobilitazione alla dogana del Brennero ha riacceso nei giorni scorsi i riflettori su un problema annoso e sempre attualissimo: l’italianizzazione di cibi esteri, fenomeno ingannevole prodotto dagli effetti distorsivi della normativa Ue sull’ultima trasformazione sostanziale. Oltre 10 mila agricoltori soci Coldiretti hanno protestato per chiedere più tutele all’Europa e per denunciare l’ennesimo torto inflitto al vero Made in Italy e alla filiera produttiva, già gravati dalle conseguenze delle crisi internazionali sui mercati. «Così si sottrae valore alla filiera nazionale, si inganna il consumatore e si scaricano i costi sugli agricoltori», sottolinea Vincenzo Gesmundo, Segretario Generale di Coldiretti (in foto), che sull’argomento parla con schiettezza, senza giri di parole, anche e soprattutto in riferimento alle responsabilità di Bruxelles.
Gesmundo, cosa ha rappresentato per voi la mobilitazione al Brennero?
«Un’iniziativa fondamentale. Ma dovremmo chiederci cosa rappresenta per l’Italia, perché questo non è un tema di categoria che investe interessi ‘corporativi’. Diversamente, la questione tocca in pieno gli interessi nazionali, quelli di tutti i cittadini italiani. Mi riferisco a interessi economici da un lato, con almeno 20 miliardi di euro sottratti ogni anno da una norma europea sbagliata, quella dell’ultima trasformazione sostanziale, e di interessi sociali e individuali dall’altra, legati alla salute dei cittadini. Sono coinvolti molti settori: economia, diritti (quello alla salute) e politica».
Avete sollevato più volte l’attenzione sul codice doganale. Perché lo considerate la madre di tutte le battaglie?
«Il codice doganale è quel meccanismo per cui con una lavorazione minima nel Paese di destinazione, nel nostro caso l’Italia, rende Made in Italy un prodotto agroalimentare. Così il pollo straniero diventa italiano, le cagliate estere diventano mozzarella, la carne olandese che diventa prosciutto nazionale. È un meccanismo che altera la concorrenza, ruba reddito agli agricoltori e compromette l’immagine del vero Made in Italy. Non è mercato, è inganno organizzato. L’Europa deve avere coraggio e dare trasparenza sull’origine di tutti gli alimenti. È un diritto di tutti i cittadini. Non è un caso che oltre 1 milione di persone in Italia e in Europa abbiano firmato la nostra petizione per chiedere etichette con l’obbligo di origine e la modifica del codice doganale».
Durante la recente mobilitazione avete ispezionato numerosi camion. Cosa avete trovato?
«Abbiamo trovato ancora una volta quello che denunciamo da anni: prodotti stranieri pronti a diventare italiani con un semplice passaggio burocratico. Abbiamo trovato mozzarella tedesca con richiami al tricolore sulla confezione, pronta per essere venduta come italiana sugli scaffali. Le aziende straniere, infatti, non sono obbligate a mettere l’origine sulla confezione al contrario dei nostri industriali, come previsto da una legge nata grazie a una nostra battaglia di 10 anni fa. Questo è un danno per tutti. Dal Brennero passano anche cisterne piene di latte, mentre agli allevatori italiani viene detto di ridurne la produzione perché ce n’è troppo e il mercato è saturo. È una contraddizione inaccettabile. Da una parte si chiede ai nostri allevatori di produrre meno, dall’altra si importa latte dall’estero e lo si utilizza per prodotti che vengono presentati con il tricolore, inducendo i cittadini a credere che siano espressione del lavoro delle nostre stalle. Così si sottrae valore alla filiera nazionale, si inganna il consumatore e si scaricano i costi sugli agricoltori. È un sistema organizzato che sfrutta le falle normative per fare profitto sulla pelle degli agricoltori e sulla fiducia dei consumatori. Non è più tollerabile».
Che impatto ha tutto questo sugli agricoltori italiani?
«Un impatto devastante. Gli agricoltori sono schiacciati da prezzi all’origine sempre più bassi, mentre il mercato viene invaso da prodotti che fanno concorrenza sleale. È una dinamica che mette a rischio intere filiere, scoraggia gli investimenti e apre la strada alla desertificazione produttiva di interi territori. Così si perdono lavoro, economia e presidio del territorio».
E sui consumatori?
«Il danno è doppio: pagano di più e non sanno cosa comprano. Senza trasparenza non esiste libertà di scelta. Oggi il cittadino è vittima di un sistema che nasconde l’origine reale dei prodotti e che mina il rapporto di fiducia tra produzione e consumo. È una questione di diritto oltre che di mercato».
Coldiretti parla anche di sicurezza nazionale.
«Il cibo è sicurezza nazionale. Difendere l’origine significa difendere la sovranità economica, produttiva e sociale del Paese. Non è solo una battaglia agricola, è una battaglia politica ed economica. Siamo un’infrastruttura di difesa che deve garantire cibo alla persona e resilienza alimentare al Paese. E questo accade fin dai tempi dell’imperatore Augusto, il primo ad averlo intuito creando l’Annona».
Come giudica la nuova legge sui reati agroalimentari ispirata alla cosiddetta Legge Caselli?
«È un passaggio fondamentale, a cui siamo arrivati dopo 11 anni di lotte, perché introduce strumenti più efficaci contro frodi e agropirateria e riconosce finalmente la gravità di questi reati. Parliamo di una filiera che vale 707 miliardi e che va difesa con norme adeguate. L’inasprimento delle sanzioni e l’attenzione su etichettatura e origine sono segnali importanti e coerenti con la nostra battaglia. Ma da soli non bastano: se a monte resta una norma europea che consente di cambiare identità ai prodotti. Servono regole coerenti lungo tutta la filiera».
Qual è il ruolo delle istituzioni e dei controlli in questo contesto?
«Fondamentale. Al Brennero abbiamo dimostrato cosa significa presidiare la legalità insieme alle forze dell’ordine e agli organi di controllo. L’Italia è all’avanguardia sul fronte controlli, ma serve un sistema che aiuti gli organismi preposti a fare il loro lavoro perché non si può continuare a inseguire le frodi legalizzate».
Al Brennero è emerso anche il tema delle guerre e delle sempre più forti tensioni internazionali.
«Le guerre stanno presentando in prima battuta il conto all’agricoltura. Energia, gasolio e fertilizzanti hanno costi fuori controllo, con il rischio concreto di fermare le semine in alcune aree del Paese mettendo a rischio la produzione. Per questo diciamo con chiarezza che serve una scelta netta contro ogni escalation militare. Senza pace non c’è agricoltura, non c’è economia e non c’è futuro. In tutto ciò l’Europa è totalmente inerte, con la Commissione che resta a guardare mentre le imprese agricole vengono travolte».
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