Se il sonno della ragione genera mostri, la sbronza da intelligenza artificiale crea scenari distopici che nemmeno Philip K. Dick nei momenti più angosciosi della sua esistenza è riuscito a immaginare. La fame di dati per addestrare i modelli sta divorando i grandi della tecnologia, a partire da Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Meta. Certo, è senz’altro in buona compagnia tra Altman e Musk che stanno combattendo una battaglia commerciale a suon di sciabolate legali. Ma Meta, in sordina, sta oltrepassando un limite inquietante trasformando il lavoro in una materia prima di cui disporre per addestrare i suoi modelli. L’azienda sta installando sui computer dei dipendenti statunitensi un software in grado di registrare movimenti del mouse, clic e digitazioni, in grado di catturare in modo intermittente gli screenshot delle schermate. Il sistema si chiama Model Capability Initiative (Mci) e sarà utilizzato per addestrare modelli di IA e renderli sempre più autonomi.
La ratio è molto semplice: le registrazioni serviranno a raccogliere esempi reali di interazione uomo-macchina. Uno dei difetti principali dei modelli di intelligenza artificiale oggi è che non riescono a svolgere compiti semplici: scegliere tra menù a tendina, usare le scorciatoie da tastiera, navigare tra più applicazioni. Ecco quindi la soluzione: imparare dagli esseri umani grazie alle registrazioni di milioni di micro-azioni quotidiane compiute dai dipendenti. Secondo i memo interni dell’azienda raccolti da Reuters «tutti possono contribuire al miglioramento dei modelli semplicemente lavorando». Il progetto fa parte di un ampio piano di automazione aziendale, che ha come fine ultimo anche i numerosi licenziamenti che il gruppo ha annunciato. L’obiettivo di Meta è arrivare a far funzionare agenti autonomi in grado di svolgere la maggior parte delle attività lavorative, lasciando agli umani il compito di supervisionare. Compito per cui, ovviamente, sono necessari molti meno posti di lavoro. Il programma è stato ribattezzato Agent Transformation Accelerator e prevede una raccolta sistematica di dati su tutte le interazioni digitali interne. Tutti entusiasti quindi di contribuire ad addestrare delle macchine che li rimpiazzeranno.
Mezzi discutibili per raggiungere un fine preciso.
«I profili più delicati sono due e si collocano su piani diversi. Il primo, che è logicamente anteriore a ogni altro, è quello della liceità della raccolta dei dati a monte» spiega Moneta Aurora Agostini, partner di Lexia. «Va anche ricordato che, per quanto emerso, la vicenda riguarda il contesto statunitense, che presenta un quadro normativo e culturale diverso da quello italiano ed europeo». In un ordinamento come il nostro, infatti, strumenti del genere, in grado di registrare movimenti del mouse, battute di tastiera o altre interazioni del dipendente chiamano immediatamente in causa «non solo il Gdpr, ma anche l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori» che traccia dei limiti stringenti agli strumenti con i quali possa derivare anche un controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.
«Prima ancora di discutere del training algoritmico, bisognerebbe quindi chiedersi se quel tipo di raccolta sia stato introdotto nel rispetto delle garanzie previste in ambito lavoristico e in ambito privacy». Anche sul piano della protezione dei dati, il consenso del dipendente è difficile da considerare come una base giuridica davvero solida, proprio per lo squilibrio che caratterizza il rapporto di lavoro.
«Il secondo profilo riguarda invece l’uso ulteriore di quei dati, ed è quello che segna il vero salto di qualità della vicenda. Una volta raccolte, infatti, queste informazioni non vengono impiegate solo per finalità organizzative o di monitoraggio, ma rischiano di essere trasformate in una risorsa per lo sviluppo tecnologico dell’impresa». Proprio qui sta il punto che merita maggiore attenzione: «il lavoro umano non viene più considerato solo nella sua dimensione tradizionale, come attività svolta dal dipendente, ma anche come fonte di conoscenza, di pattern comportamentali e di dati utili per addestrare sistemi di intelligenza artificiale. In questa prospettiva, la prestazione lavorativa non viene soltanto eseguita, organizzata o valutata, ma anche progressivamente convertita in materia prima informativa» spiega l’esperta.
Stiamo parlando di un’evoluzione che rischia di tracciare un prima e un dopo nella cultura del lavoro, dal momento che colpisce un punto nevralgico del modo in cui concepiamo i rapporti tra datore di lavoro e dipendente. «Il confine tra legittima innovazione tecnologica e l’uso del lavoro umano come serbatoio di dati per finalità ulteriori, con implicazioni che riguardano non soltanto la privacy, ma anche la dignità della persona nel contesto lavorativo». Anche se Meta sostiene che le informazioni raccolte non saranno utilizzate per valutare le performance individuali, ma solo per l’addestramento dei modelli, l’ombra orwelliana incombe su ciò che le aziende stanno iniziando a fare per massimizzare il profitto e attenuare l’impatto degli investimenti in IA.
Ma Zuckerberg continua per la sua strada e prevede il taglio del 10% dei dipendenti, pari a circa 8 mila persone, a partire dal 20 maggio. All’inizio dell’anno il gruppo contava circa 79 mila addetti. Ci sono poi oltre 6 mila posizioni aperte che non verranno mai assegnate a nessuno. L’automazione è funzionale alla compensazione del vertiginoso aumento della spesa che l’azienda ha sostenuto per lo sviluppo della sua intelligenza artificiale, motivo per cui i tanti esuberi vanno di pari passo con un’enormità di investimenti: Il gruppo ha alzato la guidance sul capex a 125-145 miliardi, rispetto ai precedenti 115-135 miliardi, mentre le spese complessive restano stimate tra 162 e 169 miliardi. Tante anche le spese infrastrutturali: Meta sta sostenendo la costruzione di 10 nuove centrali a gas per alimentare il principale campus di data center in Louisiana.
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